GENERAZIONE «IO» Esisto, dunque valgo

Jean M. Twenge, psicologa Usa, lancia l’allarme: «Nelle nuove generazioni domina il narcisismo»

«La maggior parte delle tendenze che riporto nel libro sono verificabili anche in Italia e perciò glielo confermo: non soltanto i giovani americani, ma anche i ragazzi europei nati negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, quella che io chiamo Generation Me, stanno sperimentando gli effetti di una società basata sulla lingua madre del sé. Una società in cui l’interesse individuale viene prima di tutto il resto e stare bene con se stessi è la più grande virtù. A questo si accompagna un lato oscuro, di profonda gravità: questi ragazzi credono di essere speciali. E quindi hanno aspettative molto elevate, direi straordinarie. E mai, mai prima di ora la risposta della realtà è stata così mortificante. Molti adolescenti sentono che il mondo chiede loro un assoluto livello di perfezione e alcuni cedono clamorosamente sotto una tale pressione. La fiducia in se stessi come valore assoluto, descritta in inglese dall’acronimo Yo-Yo (You’re On Your Own: “Devi cavartela da solo”) fa ammalare i ragazzi di stress, ansia, angoscia, nichilismo.
Così la psicologa Jean M. Twenge, docente all’Università di San Diego, editorialista di Time, Usa Today, New York Times e Washington Post, lancia il suo grido d’allarme attraverso le pagine di un saggio appena tradotto anche in Italia, Generation Me. Perché i giovani di oggi sono più sicuri di sé, hanno più diritti e sono più infelici che mai (Excelsior1881, pagg. 302, euro 17,50).
Nel volume vengono presentati per la prima volta i risultati di dodici ricerche sulle differenze generazionali, basate su dati raccolti da un milione e trecentomila giovani americani. La maggior parte di questi studi sembrano dimostrare che il preciso periodo storico in cui siamo nati ha più influenza sulla nostra personalità di quanta ne abbia la famiglia. «A differenza dei figli del baby boom, la generazione che ora negli Stati Uniti ha principale potere d’acquisto e costituisce la maggioranza numerica della classe dirigente - continua la Twenge - quelli della Generation Me non hanno dovuto marciare in una manifestazione o frequentare sedute di gruppo per comprendere che i propri bisogni e desideri sono fondamentali». A radicare nelle giovani menti l’eccellenza aprioristica del sé, secondo la Twenge, sono state proprio quelle che normalmente vengono indicate da alcuni tra le conquiste più progressiste della società contemporanea: «Il controllo delle nascite, la legalizzazione dell’aborto e la trasformazione del ruolo di genitori in scelta responsabile hanno fatto di noi (Jean Twenge è nata nel 1971, ndr) la generazione più “desiderata” della storia americana».
Si potrebbe pensare a questo punto che la psicologa ritenga la conquista di una piena cognizione della propria straordinarietà un progresso nell’autostima e nell’autoaffermazione, messaggio che per lungo tempo ci è giunto da oltreoceano: «Conosci te stesso per avere successo». Niente affatto. Secondo la Twenge qui non si tratta per nulla di introspezione e interesse per il sé e nemmeno di egocentrismo: «Siamo presuntuosi, ecco. Diamo per scontato di essere individui indipendenti e straordinari e di non doverlo nemmeno dimostrare».
Le conseguenze sono catastrofiche. Perché se è vero che i giovani rimangono a casa con mamma e papà fin dopo i trent’anni, non si sposano e non fanno figli perché i prezzi delle case e degli affitti sono troppo alti e gli stipendi troppo bassi, è anche vero che la seconda e altrettanto importante causa di questa adolescenza prolungata, secondo gli studi esposti nel libro, è la totale concentrazione dei giovani su di sé e l’assoluta mancanza di volontà di prendersi obblighi e responsabilità nei riguardi di chicchessia, compresi se stessi, ovviamente: «Se ti piace, fallo», è lo slogan di accoppiamenti casuali e a breve termine.
«Sii te stesso, comunque vada». Da questo assunto derivano alcune tra le risposte più sconvolgenti (ma anche illuminanti a proposito dei recenti fatti di cronaca) dei ragazzi durante i sondaggi: qual è il lato positivo della tua esperienza con alcolismo/tossicodipendenza/processo per omicidio? «Ho imparato molto su me stesso». «Niente è impossibile. Non rinunciare mai ai tuoi sogni. Saremo tutti famosi. Ama te stesso. Non è colpa tua». Risultato? I ragazzi, e sempre più spesso anche i bambini, non accettano critiche. Hanno atteggiamenti difensivi inconsci che ostacolano l’apprendimento. E il narcisimo, il lato oscuro dell’egocentrismo, conosce il suo picco di evoluzione: i ragazzi reagiscono in modo aggressivo quando vengono insultati o rifiutati. Gli adolescenti armati della scuola di Columbine, Eric Harris e Dylan Klebold, dissero, prima della sparatoria: «Non è divertente ottenere il rispetto che stiamo per meritarci?». «Harris e Klebold discussero su quale regista avrebbe girato un film sulla loro storia» conclude la psicologa. «Poi uccisero tredici persone e si suicidarono. Incoraggiare individualismo ed egotismo, ad esempio dando sempre ai bambini la possibilità di scegliere, ha portato ad eccessi incontrollabili. Volete un esempio? Un recente articolo su Time titolava così: “Negli asili occorrono i poliziotti?”».