A Genova prove di pensiero unico

di Dino Cofrancesco

Nell’ambito dei «Grandi Incontri» della “Fondazione per la Cultura” Genova Palazzo Ducale, Alessandro Cavalli e Giunio Luzzatto hanno organizzato (in collaborazione con le Associazioni Il Mulino e Libertà&Giustizia) una serie di «Letture sulla democrazia nell’età della globalizzazione». L’intento è riflettere sulla «crisi della democrazia», sulle trasformazioni indotte dalla globalizzazione, sul «depotenziamento degli stati nazionali» e delle forme della rappresentanza, sui nuovi «strumenti di aggregazione politica» (videocrazia, populismo...). Partecipano Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Carlo Galli, Piero Ignazi, Michele Salvati, Ilvo Diamanti. Come si vede, una scelta «mirata» senza la minima pretesa di essere bipartisan (il più «a destra» della compagnia è Michele Salvati, riformista e collaboratore del Corriere della Sera). L’episodio, a ben riflettere, è tanto inquietante quanto significativo. Esso rivela, infatti, in termini inequivocabili, la rinuncia degli enti pubblici alla «neutralità», alla trasmissione di conoscenze, alla promozione di confronti. Se gli ospiti dovessero confrontarsi in una tavola rotonda, assisteremmo a un dialogo in famiglia, tra le erinni scatenate dell’antiberlusconismo teologico (Nadia Urbinati) e i sostenitori di una politica più civile e realistica (Michele Salvati), ma neppure una voce si leverebbe a difesa del liberalismo classico, quello che, a differenza di Zagrebelsky, non crede che senza eguaglianza non possa esserci democrazia.
Ebbene che cos’è tutto questo se non il trionfo dell’«egemonia» gramsciana? Non ho mai pensato che la regola del «sentire le due campane» sia l’alfa e l’omega di una società civile divenuta adulta. I dibattiti culturali non possono ridursi a tribune politiche tra rossi e neri, destra e sinistra, laici e clericali: non sono la trasmissione radiofonica Prima Pagina che vede alternarsi a Concita de Gregorio Marcello Veneziani. Per essere realmente «educativi» devono svolgersi tra studiosi che sappiano anteporre alla militanza politica la weberiana fedeltà alla scienza senza pensare alla caduta o al rafforzamento di un governo o di una maggioranza parlamentare. La scienza è, per definizione, «irresponsabile»: nella ricerca della verità, non si chiede mai «a chi giova?».
Per gli organizzatori delle «Letture» genovesi, evidentemente, tutto quel che c’è da sapere sulla società contemporanea, almeno per l’85%, viene dal «mulino» del gruppo Espresso-Repubblica: gli «altri» non producono scienza ma solo spot a beneficio del Cavaliere. Quella parte dell’intellighentzia italiana, che sta scrivendo per l’editore Rubbettino un imponente Dizionario del liberalismo italiano, è come se non esistesse, non ha nulla da dire sulla democrazia e se mette in dubbio la dogmatica neo-azionista lo fa dietro lauti compensi.
In questi giorni circola a Genova un appello contro i tagli alla cultura minacciati dal governo. Mi chiedo come si possa chiedere a tutti gli addetti al «lavoro intellettuale» di sottoscriverlo. I soldi del contribuente debbono servire al Minculpop di Luzzatto&C. per diffondere il catechismo della nuova sinistra, per indottrinare liberamente il prossimo-e senza neppure i falsi pudori del pluralismo retore? Se le parti si invertissero, se il ministro Bondi, come gli chiedono i pasdaran del centro-destra, incoraggiasse istituti intesi a contrapporre alla cultura antagonista una cultura liberale, se invece dei Carlo Galli e degli Ilvo Diamanti, si organizzassero incontri «a senso unico» con Dario Antiseri su Popper, Giuseppe Bedeschi su Tocqueville, Angelo Panebianco su Aron, Francesco Perfetti su De Felice, e Piero Ostellino sullo Stato canaglia, etc. la mia reazione di studioso non cambierebbe di una virgola. La cultura vive della dialettica delle opinioni e se una di esse diventa «senso comune» ci stiamo avviando sulla «strada della servitù».