Genzano, alla scoperta dei misteri del bosco

Loredana Gelli

Mostre, convegni e sentieri mai visitati prima a Genzano. Il fine settimana si colora di mistero nella cittadina castellana nota per la spettacolare infiorata. Fino a domani, infatti, sarà possibile ammirare collezioni private di documenti, arnesi, opere pittoriche che rappresentano la vita e il lavoro nei Colli Albani tra il Settecento e l’Ottocento, conoscere la storia attraverso i «baiocchi» la moneta settecentesca e raggiungere, attraverso un intricatissimo e misterioso circuito di sentieri, il lago di Nemi attraverso un’escursione guidata all’interno del Parco Sforza-Cesarini, l’incontaminato bosco che circonda la dimora, ricco di reperti archeologici e di testimonianze naturali di estrema bellezza. Alcune delle iniziative culturali sono inserite nel Festival Eptagonos, giunto alla VI edizione. Il profumo del pane appena sfornato accoglierà il visitatore che potrà gustarlo nei forni aperti per l’occasione. Il legame con la tradizione agreste è molto forte. A simboleggiarlo, anche, alcuni dei monumenti simbolo come la fontana, posta al centro del paese, a forma esagonale, dalla quale, da tre mascheroni, sgorga la fresca e benefica acqua, è sormontata da una colonna su cui sono scolpiti pampini e grappoli d’uva.
Altro aspetto legato alla terra è quello enogastronomico. Passeggiando nel borgo antico troviamo una serie di piccoli ristoranti in alcuni dei quali ritrovare i sapori e le pietanze della nonna, preparate con condimenti semplici e con i prodotti di stagione come le pappardelle al sugo di lepre, la pasta e fagioli al profumo di santoreggia e le fettuccine ai funghi porcini. Genzano deve molto del suo sviluppo alla nobile famiglia Sforza Cesarini che seppe comprendere appieno il carattere e l’anima degli abitanti. Il monumento più significativo della città è, proprio, Palazzo Sforza Cesarini, interessante esempio dell’architettura del Settecento romano. Sarà possibile visitarlo grazie a guide locali in costume barocco che ne illustreranno la storia e quella del paese senza tralasciare aneddoti e leggende legate alla vita della nobile casata. Genzano è nota nel mondo grazie ai suoi maestri infioratori. Ammirati da personaggi illustri quali Garibaldi, Massimo d’Azeglio, gli scrittori Hans Cristian Andersen e Nikolay Vasiljevitch Gogol, gli artisti dell’Infiorata più antica d’Italia sono oggi richiesti ben oltre i confini regionali. Si parla per la prima volta di Genzano in una Bolla di Papa Lucio III nel 1183 in occasione della costruzione di una «turris» fatta edificare dalla famiglia dei Gandolfi nel luogo dove sorge l’attuale città. Con la stessa Bolla si donava il «fundum Gentianum» al Monastero delle Tre Fonfane. Si trattava di una comunità agricola organizzata prevalentemente sulla produzione della canapa. Furono proprio gli stessi monaci che, attorno al 1235 fecero edificare il Castello e un recinto fortificato attorno al quale, pian piano, si sviluppò l’originario nucleo abitativo. Si susseguì così l’alterno dominio dei monaci cistercensi e della famiglia Colonna fino al 1563, anno in cui il castello fu ceduto da Marcantonio Colonna a Fabrizio Massimi e, da questi, a Giuliano Cesarini, alla cui famiglia appartiene ancora oggi. Dall’alto del bordo craterico, la città si diramò verso il basso. Oggi Genzano, con la caratteristica piazza quadrata del Plebiscito, oggi Piazza Fiasconi, attraversata dalla Via Appia, unisce il vecchio borgo al centro della nuova cittadina. La piazza fu realizzata su indicazione di donna Livia Cesarini e ideata dal genzanese Giovanni Iacobini. Allo stesso architetto si devono, anche, molti altri monumenti storici: la Chiesa di S. Maria della Cima, il convento e la Chiesa dei Cappuccini, un tempo sede di un tempio romano e, infine, le piacevoli olmate, lunghi viali di olmi, elegante biglietto da visita della città.
Tra le chiese storiche è da menzionare anche la Chiesa della SS. Annunziata, risalente al XVI-XVIII secolo. All’interno, attualmente inagibile, sulla navata rettangolare si aprono tre nicchie per parte. Oltre alla volta, attribuita a Girolamo Siciolante detto il Sermoneta (1521-1580) ma ritoccata in occasione di alcuni lavori di restauro intorno al 1892, è interessante la tela dell’altare maggiore raffigurante un’Annunciazione, pregevole esempio di cultura tardomanierista romana databile tra la fine del ’500 inizio del ’600.