Geopolitica, ecco come l’aquila americana si prepara all’assalto finale del drago cinese

I maggiori politologi anglosassoni riflettono sul futuro ordine mondiale
(e sui rischi di guerra) quando Pechino nel 2050 sarà la prima potenza
del pianeta. Solo l’equilibrio fra nazioni evita conflitti. Per Henry Kissinger una Comunità del Pacifico può essere una soluzione

Da noi il dibattito si eccita - e non senza motivi - sugli aspetti economici della globalizzazione. Negli Stati Uniti e nell’«appendice» culturale britannica ci si concentra anche molto sugli aspetti politico-militari del rapporto tra declino americano e crescita cinese.
Henry Kissinger (On China, The Penguin Press, 2011) interviene con autorevolezza in un dibattito già ravvivato da due giornalisti inglesi: l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott con Rivals (Mariner Books, 2009) e Martin Jacques, editorialista del Guardian, con When China rules the world (The Penguin Press, 2009).
Tra le analisi dell’antico regista (nonché studioso) della diplomazia americana, Kissinger, e Jacques (già direttore negli anni Ottanta della rivista teorica dei comunisti britannici Marxism today) c’è più di un punto comune.
Innanzi tutto il peso della «storia»: l’affermarsi del Regno di Mezzo (in mandarino Zhongguo da cui il nome di «Cina» assunto nel 1000 avanti Cristo), l’unificazione dell’impero con Qin Shi Huang nel 200 a.C., con la conseguente assimilazione della popolazione da parte del gruppo etnico Han. Conta la tradizione culturale sia confuciana sia di Sun Tzu e della sua Arte della guerra. Il conservatore realista così come il giornalista radicale insistono nel considerare la tradizione millenaria base per ogni giudizio sul presente. E invitano a valutare il «secolo dell’umiliazione» (tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento) da parte di occidentali e giapponesi come elemento centrale per valutare la Pechino di oggi.
Kissinger è delizioso anche per come riporta gli stralci delle sue conversazioni con Mao, Zhou Enlai, Deng, Jiang Zemin nella stagione di rapporti sino-americani aperta nel 1972. Jacques è ricco di dati economici. Comunque il focus di entrambi è su come sarà l’ordine mondiale man mano che la Cina diventerà la prima potenza economica mondiale (avvenimento previsto - con tutta l’approssimazione che hanno le analisi di lungo periodo - per il 2050). Su questo interviene anche Emmott, però non con un approccio principalmente storico, bensì comparativo verso le altre grandi potenze asiatiche, cioè l’India e il Giappone.
In particolare Kissinger e l’ex direttore dell’Economist si chiedono quanto il quadro globale oggi corrisponda a quello europea di fine Ottocento, quando la supremazia britannica venne sfidata dai tedeschi anche nel campo del controllo delle risorse strategiche. L’ex segretario di Stato di Richard Nixon ricorda in proposito il «memorandum» che un dirigente del ministero degli Esteri britannico, Eyre Crowe, scrisse nel 1907 nel quale si spiegava come la crescita della potenza tedesca (dalla flotta all’egemonia in Europa) era di per se stessa (al di là dei sentimenti pacifici o meno di Berlino) una sfida all’impero britannico e avrebbe portato alla guerra. Il vecchio diplomatico ritiene che costruendo una Comunità del «Pacifico», lavorando sulle singole questioni con spirito pratico, tenendo conto della lezione devastante della stessa Prima guerra mondiale così ben prevista da Crowe, sarà possibile evitare che la mancanza di un vero equilibrio mondiale determini di per sé un conflitto.
Jacques che rispetto a Kissinger ed Emmot è animato da un più forte spirito di colpa occidentale e da un certo antiamericanismo, è abbastanza sincero rispetto alle tendenze di fondo di Pechino: il radicato spirito di superiorità non privo di elementi di razzismo, l’uso della forza senza troppi scrupoli (ricordato anche da Kissinger nei rapporti con la Corea nel 1953, l’India nel 1962, la Russia nel 1969, il Vietnam nel 1978), l’attitudine di fondo da «Regno di mezzo» ad avere rapporti con i vicini come dei «tributari». Però ritiene possibile un equilibrio che eviti la guerra.
Meno ottimista degli altri saggisti, Emmott sottolinea l’incremento di spese militari cinesi che di per sé potrebbe spingere a guerre e la possibilità che la crisi scoppi grazie a uno dei tanti «buchi neri» del Continente asiatico, dal Pakistan alla Corea del Nord, al Myanmar.
Al di là delle conclusioni più o meno inquietanti, è notevole nei diversi saggi lo sforzo di fornire una visione generale realistica di come l’ascesa della Cina condizioni la realtà mondiale.
Anche la nuova attenzione (film e vari saggi) per Gengis Khan e Tamerlano e la loro funzione nel modernizzare il mondo riaprendo la via della seta dalla Cina all’Europa, si lega al dibattito su Pechino. Non manca, in questo senso, chi ricorda come i mongoli oltre che far funzionare meglio le comunicazioni, ammonticchiassero piramidi di teschi di uomini, donne e bambine delle città che resistevano. A chi fa osservazioni di questo tipo su Orda d’oro&Co. vanno comparati i saggisti che riflettono sul «lato oscuro» della Cina. Così Richard McGregor del Financial Times con il suo The Party (editore HarperCollins, 2010) che descrive il modo autoritario e misterioso del sistema comunista cinese, tema anche di The Beijing Consensus di Stefan Halper (editore Basic Books, 2010), studioso già impegnato nell’amministrazione di Nixon e oggi al Magdalene College di Cambridge.