George Stubbs, un pittore in sella

La pittura inglese del Settecento, conosciuta relativamente poco fuori dei sui confini, ha una qualità non certo inferiore a quella italiana e francese della stessa epoca. Ritrattisti come Joshua Reynolds e Thomas Gainsborough, ma anche Thomas Lawrence, Henry Raeburn e George Romney, pittori satirici come William Hogarth, maestri degli effetti luministici come Wright of Derby, danno per la prima volta al loro Paese una scuola pittorica con caratteri originali e vari. Ma se dietro i ritrattisti si sentiva la profonda influenza di quel genio che era stato, nel secolo precedente, Van Dyck, morto a Londra dove si era trasferito, Hogarth aveva creato un genere molto inglese, le conversation pièces, in cui faceva la satira di costume con una pittura molto teatrale.
Un pittore quasi sconosciuto da noi è invece George Stubbs, al quale la National Gallery dedica una mostra, «Stubbs and the horse» (fino al 25 settembre). Nato a Liverpool nel 1724, iniziò anche lui come ritrattista di buon livello, come dimostra l’Autoritratto del 1781, ma la sua vera vocazione fu per un genere che egli stesso creò: la pittura dei cavalli. Attratto particolarmente dall’anatomia, che insegnò addirittura agli studenti di medicina, vide nei cavalli un soggetto di grande interesse sotto molteplici aspetti. D’altra parte, i cavalli erano e sono ancora parte integrante del sistema di vita inglese. Stubbs, però, non si limitò a dipingerli come souvenir per i suoi ricchi committenti, aristocratici e borghesi molto influenti, ma ne rappresentò il dinamismo, l’intelligenza, il mistero, l’anima, se è possibile usare questa parola. I cavalli diventarono per lui l’immagine stessa della bellezza e della grazia, ma anche della forza, accresciute dagli splendidi sfondi paesaggistici della campagna inglese.
Con il suo segno incisivo e con i suoi nitidi colori, Stubbs creò così un nuovo genere pittorico che non piacque, peraltro, solo agli inglesi. Due maestri della pittura francese di un’altra generazione e di un’estetica diversa come il romanticismo, Géricault e Delacroix, si valsero della sua lezione. Géricault, che visse a Londra dove Stubbs era morto nel 1806, si ispirò ai suoi quadri per alcuni dei suoi capolavori: Il cavallo spaventato dal fulmine e soprattutto il famosissimo Derby di Epsom. Delacroix, che era geniale nella pittura «in movimento», si ricordò di Stubbs soprattutto nelle splendide tele dedicate agli scontri fra i cavalieri del Marocco. Insomma Stubbs, che era apparso così inglese nelle sue opere, aveva inventato un’iconografia destinata a influenzare l’arte europea di più alto livello. La mostra, organizzata dalla National Gallery insieme al Kimbell Art Museum di Fort Worth e al Walters Art Museum di Baltimora, potrebbe benissimo essere portata in Italia, permettendo così di scoprire un pittore di raro talento.