Gertrude e Pablo in parole povere

Si chiedeva il poeta spagnolo Pedro Salinas: possiamo immaginare un mondo senza corrispondenza, senza lettere, senza persone che ci scrivano o traggono piacere e conforto dalle nostre notizie? L’unico luogo dove ciò può accadere, informa con ironia l’autore, è l’inferno: lì i diavoli si mandano, al massimo, soltanto dei telegrammi.
L’osservazione fatta da Salinas non vale per due grandi artisti, di cui il recente libro Gertrude Stein, Pablo Picasso. Correspondance (Édition de Laurence Madeline, Gallimard) riunisce il dialogo intessuto dal 1906 al 1946, anno della morte della scrittrice americana. Un lungo arco di tempo durante il quale i nostri autori segnano il processo di rinnovamento dell’avanguardia artistico-letteraria con le loro idee e opere. L’associazione dei loro nomi richiama subito il celebre Ritratto di Gertrude Stein del pittore spagnolo, vera icona del movimento pre-cubista, che mostra una figura solida, monumentale, appena femminile, con il volto simile ad una maschera africana. I due protagonisti sono un esempio straordinario di sodalizio artistico, che vede insieme una donna americana e uno spagnolo del Sud, una scrittrice importante e un pittore d’eccezione; Gertrude, che vive con l’amica Alice, e Pablo con le sue donne.
Il libro riunisce più di 250 lettere, in gran parte inedite, comprese le missive scambiate tra Picasso e Leo, fratello di Gertrude, esperto d’arte, grande estimatore dello spagnolo e generoso mecenate prima della rottura avvenuta alla fine del 1911. All’inizio la corrispondenza presenta un rapporto triangolare, ma presto si concentra nel dialogo tra Pablo e Gertrude, fino a quando, nell’autunno del 1944, la relazione s’interrompe: le armate del Führer stanno per fare ingresso a Parigi. Nel drammatico frangente il carteggio registra un ultimo biglietto della scrittrice a Picasso, a cui chiede la restituzione dei suoi radiatori giacché il terribile inverno gela le stanze della casa di rue Christine; ma i radiatori, più volte sollecitati, torneranno alla Stein solo nella primavera successiva.
Il racconto del breve aneddoto anticipa l’immagine di una relazione epistolare in cui è del tutto assente il tema artistico-letterario. L’amicizia di Picasso con la famiglia Stein, con cui condivide l’ammirazione per Cézanne, Gauguin, Toulouse-Lautrec, el Greco, ecc. deriva - per lo meno nella fase iniziale - dall’interesse comune per l’elemento costruttivo. Per la scrittrice americana il cubismo di Picasso non nasce da Les demoiselles d’Avignon bensì dai paesaggi catalani di Horta de Ebro, dove il pittore soggiorna in quel periodo; per Gertrude la nuova visione di linee e volumi di Pablo è una necessità, un prodotto naturale dell’architettura della sua terra, che egli coglie e rappresenta. Lo stessa struttura geometrica, osservata nella natura spagnola, caratterizza lo «stile cubista» della prosa della Stein, da cui la massima: «La Spagna ha scoperto l’America e l’America la Spagna».
Ma torniamo all’epistolario. La prima missiva della corrispondenza, una cartolina postale del 9 marzo 1906, reca una riproduzione di Hans Holbein: la scrittrice informa l’amico che l’indomani passerà nel suo atelier per il ritratto. Il gioco allusivo dei richiami tra i visi del quadro di Holbein e il suo, che Picasso ha iniziato a dipingere nell’autunno del 1905, è evidente. Ci vorranno 96 sedute per terminare il Ritratto, mentre l’incontro, cui allude la cartolina, risale a poco prima della partenza del pittore per la Catalogna.
I due amici comunicano attraverso un incerto francese e, in un solo caso, nello spagnolo sgrammaticato di Picasso, e non affrontano mai in modo diretto temi e argomenti di estetica e arte; è raro trovare un richiamo letterario, un accenno al dibattito teorico in corso, anche se non mancano riferimenti a nomi di artisti amici (Matisse, Braque, Weber, Gris, ecc.). La spiegazione di questo incredibile silenzio potrebbe essere cercata nell’intenso dialogo orale intessuto dai due amici durante la loro frequentazione personale; non è però del tutto errato pensare che la povertà del loro francese e spagnolo scritto abbia limitato o inibito la possibilità di manifestare compiutamente le idee. Più che un rapido scambio di informazioni sui prossimi viaggi, sulle foto dei quadri inviate da Picasso (ad esempio, nella lettera 36 quando Gertrude e Leo sono in Italia) o sugli incontri di amici comuni, l’epistolario non aggiunge molto altro.
Tuttavia filtrano alcuni dettagli sulle conquiste sentimentali dello spagnolo, sugli impegni della sua vita coniugale e, soprattutto, sulla malattia e la morte della moglie Eva. Nella lettera dell’8 gennaio 1916, Pablo scrive: «Mia cara Gertrude, la mia povera Eva è morta nei primi giorni di dicembre. È stato per me un gran dolore e so che voi la rimpiangerete; è sempre stata così buona con me». In un autografo anteriore, quando lo stato di salute della moglie era peggiorato, Picasso confida che la sua vita è «un inferno», che ha smesso di lavorare e che passa metà del tempo in metropolitana per correre alla Casa della Salute dove Eva sta agonizzando. Nello stato di afflizione che attraversa, egli non manca però di comunicare che ha terminato un quadro di Arlecchino, «il migliore che io abbia mai fatto». Anche in questo particolare momento di angoscia, l’artista, occultato tra le pieghe della relazione epistolare, rivela qual è il suo vero interesse.
Altre lettere, come quella inviata da Roma nell’aprile del 1917, offrono alcuni dati sul lavoro in fieri del pittore, in genere limitato ad attività di scenografia teatrale: «Lavoro tutto il giorno alle scene e alla creazione dei costumi... Sono stato a Napoli da dove ti ho inviate alcune lettere. Ho sessanta (60) ballerine. Vado a dormire a notte fonda. Conosco tutte le belle signore romane».
Possiamo continuare a sfogliare le carte della corrispondenza, corredate da un ricco apparato di note che sembra voler colmare la povertà del contenuto dei testi. Resta un epistolario che restituisce pochi scampoli dell’importante relazione culturale insieme a rapidi squarci di vita: il resto, tutto il resto, lo troviamo nei quadri, nei disegni, nei libri lasciati da questi due mostri sacri dell’arte e della letteratura del nostro tempo.