Gervasio di Tilbury e l’incredibile Libro delle meraviglie

Un libro che raccoglie tutto lo scibile. Un compendio del sapere medievale. Un’enciclopedia del meraviglioso. Un manuale di storia che, percorrendo le vicende dell’uomo fin dalla sua creazione, fornisce la conoscenze di Dio e della sua potenza. Un atlante geografico «in cui è contenuta la descrizione di tutta la terra» e per ogni regione la narrazione delle cose più insolite che vi hanno avuto luogo. Eppure quest’opera ambiziosa e arcana, al cui fascino neppure il grande filosofo tedesco Leibniz è sfuggito (curandone nel 1707 la prima edizione a stampa completa), porta un titolo leggero, che ha a che fare più con lo svago che con lo studio: Otia imperialia ovvero Passatempi imperiali. Sull’autore, Gervasio di Tilbury, non molti dati si dispongono, desunti per lo più da indizi lasciati cadere dallo stesso Gervasio nel testo.
Nato intorno al 1155 da nobile famiglia, lo troviamo chierico a Reims nel 1176. Frequenta quindi la corte di Enrico III d’Inghilterra, in continuo movimento fra l’isola e i vasti possedimenti sul suolo francese. Conquistato dal clima vivace di questa corte, imbevuto di letteratura cortese e cultura classica, Gervasio scrive la sua prima opera, purtroppo andata perduta: il Libro delle facezie. Testo di intrattenimento da leggersi in pubblico raccoglieva nelle sue pagine racconti e aneddoti di varia natura. L’accoglienza positiva lo spinge a dedicarsi al più vasto Otia imperialia la cui stesura lo impegnerà per tutta la vita. Nel frattempo viaggia: nel sud Italia e quindi in Provenza ove viene nominato dall’imperatore Ottone IV «Maresciallo della corte imperiale di Arles». Per sdebitarsi Gervasio gli dedica, nel 1215, gli Otia. L’opera è però un work in progress perché Gervasio continuerà anche in seguito a raccogliere e aggiungere materiale sulla sua copia manoscritta. L’ultimo documento che lo menziona risale al 1222 quando pare Gervasio entri in convento, come sembra evincersi dall’unica altra sua opera conosciuta: un Commento al Padre nostro (scoperto di recente in un manoscritto presso la biblioteca della cattedrale di Hereford). Ma il mistero continua perché in molti hanno avanzato l’ipotesi che Gervasio di Tilbury non sia altro che Gervasio di Ebstorf (dal nome di un convento sassone ove si sarebbe ritirato), redattore di una delle carte geografiche più belle del Medioevo.
Fuggendo la ottusa specializzazione, negli Otia, Gervasio proclama che la vera sapienza si acquista «riposando i pensieri, tra un impegno e l’altro, nei passatempi: essi possono portare non poca dottrina e molta cautela». Dopo aver divagato nelle prime due parti dell’opera sulla creazione del mondo, la storia e la geografia dei regni succedutesi sulla terra, si dedica nella terza parte, nota come Libro delle meraviglie (ora pubblicato per la prima volta in italiano, a cura di Elisabetta Bartoli, Pacini editore, pagg. 264, euro 18) a narrare aneddoti e curiosità sugli argomenti più disparati. Guidata solo apparentemente dal gusto per l’accumulo, la penna di Gervasio, racconta di uomini nati senza testa («con gli occhi e la bocca sul petto») e di donne con denti da cinghiale (e «con una coda di mucca che si sviluppa alla fine della schiena»). Di acque magiche che non bollono mai («presso il castello di Piolenc»), di strane apparizioni, di misteri naturali e di segni celesti. Nell’introduzione Gervasio specifica come si ritenga «meraviglioso ciò che, pur obbedendo a leggi naturali, sfugge alla ragione».
Ma non si commetta l’errore di Jacques Le Goff il quale, guidato da demoni razionalisti, vede in Gervasio il precursore di atteggiamenti scientifici. Al contrario è lo stupore a dominare le pagine. Esso è vissuto con la consapevolezza che ciò che sfugge all'uomo ha un significato in Dio: la totale meraviglia del creato. Perché in fondo la vera conoscenza è, per Gervasio, la «contemplazione del divino attraverso il beneficio della sua umanità».