Gesù, ucciso dal potere perché incontrollabile

È uscito per le edizioni San Paolo un bel libro dal titolo Inchiesta sulla morte di Gesù, dei francesi Victor Loupan e Alain Noël (pagg. 390, euro 24). Il libro cerca di rispondere a una domanda alla quale, secondo me, pochi cristiani - e parlo dei cattolici praticanti - saprebbero rispondere: perché Gesù di Nazareth fu mandato a morte?
Si tratta, in realtà, come ben mostrano gli autori, di una questione complessa. Ci sono infatti, da un lato, le motivazioni ufficiali, processuali; dall'altro c'è il modo in cui si giunse a tali accuse, aggirando ostacoli politici di diversa natura, con tre poteri e (praticamente) tre ordini giuridici diversi: quello di Roma, quello di Erode e quello, religioso, del Sinedrio. Ma ci sono anche le motivazioni profonde, un odio indefinibile dal linguaggio ufficiale, e quindi bisognoso di una traduzione (che risulterà necessariamente scorretta). Quando Gesù risponde affermativamente alla domanda se lui sia o meno il Cristo, Caifa non si straccerebbe le vesti se la risposta non venisse da quell'uomo lì. Fosse stato un altro a dire «Io sono il Messia», avrebbe potuto liquidarlo come pazzo.
Il fatto è che questi uomini odiavano Gesù a prescindere sia da dichiarazioni come questa, sia dai miracoli (che insospettivano gli scribi), sia dalla perdita di potere che il riconoscimento pubblico di Gesù come Messia avrebbe comportato per loro. Gesù era, come dicono gli autori del libro, un uomo misterioso: nella sua persona c'era un mistero, che si esprimeva in una familiarità sorprendente con il Padre. Chiamava Yahvè col nome «abbà», ossia «papà». Tra lui e Dio c'era un'unità che rendeva quell'uomo non solo incontrollabile dal potere, ma anche non inquadrabile in una qualunque categoria sociale e umana. Al tempo stesso, la sua presenza metteva in evidenza la finzione e quindi l'ipocrisia su cui si fondava tutta la vita sul controllo della quale i potenti basavano il loro potere.
Oggi un cristiano può godere di stima e di onori, può accedere al potere, può avere amici importanti e tanto successo. La sua fede verrà guardata con indulgenza, i suoi valori saranno rispettati, il suo pensiero preso in seria considerazione. I guai cominciano quando l'io cristiano si manifesta per quello che è: non un'ideologia, non un sistema di valori, non una forte tensione spirituale, e nemmeno una fede (nel senso di «credere il Dio»), ma un'unità, un popolo, o, come diceva Paolo VI, una «etnia sui generis». Perché questo non si può controllare. Nemmeno i cristiani lo possono controllare.