Giacchè, la novità più piacevole arriva da un vitigno antichissimo

Si può dire che fosse il vino degli Etruschi, tanto che sono in corso ricerche dell’Università della Tuscia per confrontare il dna della sua uva con quello di alcuni vinaccioli ritrovati nei tumuli ceretani. È il Giacchè, vitigno autoctono dell’Etruria da poco riscoperto con eccellenti risultati. Il vino rosso omonimo (scuro come l’inchiostro), prodotto anche come passito dalla cantina Cento Corvi di Cerveteri, è stato presentato nel 2003 riscuotendo il grande interesse delle maggiori guide enologiche, che lo hanno subito collocato tra i migliori vini del Lazio. Il vitigno è un superstite della spaventosa epidemia di fillossera, cominciata nel 1863 e durata per più di trent’anni. Non subì mai quell’innesto con la vite americana che portò le difese immunitarie necessarie a salvare i vitigni europei dal terribile afide nordamericano che distruggeva le radici lasciando intatto l’apparato aereo. Ma il Giacchè si salvò dall’epidemia poiché cresce spontaneamente vicino ai fiumi: l’acqua presente fra le particelle dei terreni sabbiosi li rende privi d’ossigeno e quindi impenetrabili dalla fillossera. Fino agli anni Sessanta, in tutte le vigne di Cerveteri si coltivavano una decina di piante di Giacchè, per irrobustire col suo nerbo il vino prodotto con Sangiovese e Montepulciano. Fu abbandonato a causa della ricchezza di tannini: l’evoluzione del gusto privilegiò pian piano vini meno carichi e alcolici: trebbiani e malvasie furono impiantati massicciamente. Il Giacchè scomparve dalla circolazione, se non fosse stato per un anziano contadino che ne preservò alcuni tralci. Costantino Collacciani, proprietario della Cantina Cento Corvi, decise di tentare l’esperimento: si fece donare alcuni di questi sopravvissuti, ne ammorbidì gli spigoli gustativi e creò un prodotto assolutamente nuovo. Nuovo perché antichissimo.