GIACINTO GIGANTE La luce prima di tutto

Il sentimento della natura e quello della storia: Napoli riscopre il suo «Turner», splendido interprete di un paesaggio antico e di ineguagliabile bellezza

Lo hanno spesso definito «il Turner napoletano» per la capacità di trasformare in luce e atmosfera motivi realistici e naturali. Ma alle brume e alle nebbie del paesaggista inglese, vissuto tra Sette e Ottocento, Giacinto Gigante sostituisce il sole di Napoli e della sua terra. A questo geniale interprete del paesaggio napoletano nell’Ottocento ed esponente internazionale della cosiddetta «Scuola di Posillipo», è dedicata una bella mostra a Napoli, in occasione del bicentenario della nascita. Era nato infatti nella città partenopea nel 1806, lì aveva studiato e percorso una brillante carriera sino alla morte, avvenuta settant’anni dopo.
Centocinquanta opere tra oli, acquerelli, disegni, divisi tra il Museo Pignatelli e il Gabinetto Disegni e Stampe del Museo di Capodimonte, ne illustrano l’attività dagli anni Trenta alla fine dei Sessanta. Vedute di Napoli, delle isole, del territorio campano, da Gaeta a Cava dei Tirreni a Paestum, piene di luce, colore, brulicanti di figure. Una carrellata di sole, mare, case, dove però niente indulge al pittoresco o al colore locale. Tutto è rigoroso, razionale, anche se trasfuso in sentimenti ed emozioni romantiche.
Gigante comincia a dipingere dodicenne frequentando privatamente lo studio del paesaggista tedesco Jacob Wilhelm Hüber. Napoli aveva una lunga tradizione in fatto di paesaggio. Sin dal Seicento era meta prediletta del Grand Tour e vantava una fitta letteratura in fatto di bellezze naturali, in uno scenario ricco di aranci, cedri, «spiagge di mare deliziosissimo» e pescatori. Dalla seconda metà del Settecento sino ai primi Venti dell’Ottocento era un continuo fluire di pittori francesi, inglesi e tedeschi decisi ad immortalare ogni angolo della città e del suo territorio. Qualcuno vi metteva bottega, altri se ne andavano, portandosi via acquerelli, disegni, gouaches, con vedute spesso di fattura dozzinale. Per ovviare al dilagare di questi souvenir di modesta qualità era nata la «Scuola di Posillipo», frequentata da pittori napoletani e stranieri, seriamente intenzionati a fare opere di buon livello.
A capo della «Scuola di Posillipo», negli anni Venti, c’è l’olandese Anton Sminck Pitloo, giunto a Napoli nel 1816, esponente di una pittura densa e pastosa, ma ignaro di tutte le tradizioni legate alla città e al suo paesaggio. Gigante che in quegli anni di tirocinio si è esercitato sulla «camera ottica», con disegni piuttosto scolastici destinati al Real Officio Topografico, entra nel 1821 nello studio di Pitloo a Vico Vetreria a Chiaia e scopre un linguaggio nuovo, denso di luce, ma senza la storia napoletana alle spalle. Una storia che lui, nato in una casa di Posillipo, conosce invece molto bene.
I suoi disegni, oli, acquerelli, sotto il fascino della pittura del maestro si riempiono di luminosità. Ma si portano dietro tutta la tradizione poetica e letteraria, che Pitloo ignora. Una tradizione ritrovata nei pittori napoletani del Seicento, nei volumi dei Voyages Pittoresques de l’Abbé de Saint-Non e in altre fonti antiche. Pozzuoli è quella di Virgilio, Mergellina quella di Sannazzaro, Pompei quella delle recenti scoperte archeologiche. Il risultato è una pittura vibrante di luce e colore, ma anche densa di riferimenti culturali. Napoli e i suoi golfi, le catacombe, Posillipo con le sue barche, le grotte, la tomba di Virgilio, il Real Palazzo, la riviera di Chiaia, le spiagge, tutti schizzati con tocchi di luce, sono resi con sentimento e consapevolezza della loro lunga storia.
I contorni, inizialmente ben definiti, si sciolgono via via in visioni atmosferiche, che ricordano quelle dell’inglese Turner, passato per Napoli nel 1821 e scoperto da Gigante vent’anni dopo. Dalla metà dell’Ottocento il successo del pittore è consolidato in tutta Europa. Ha fatto carriera, lavora per l’aristocrazia russa e la corte borbonica. Dimora nelle residenze reali di Gaeta, Caserta e Ischia, e le immortala con il suo pennello. Nel 1860, con la caduta dei Borboni, ripiega su una pittura di interni e di figura, altrettanto bella, richiesta dalla nuova borghesia. Si apre così un nuovo capitolo della sua vicenda d’artista.
mtazartes@tele2.it

LA MOSTRA
I colori della Campania. Omaggio a Giacinto Gigante
Napoli, Museo Pignatelli e Gabinetto Disegni e Stampe del Museo di Capodimonte, sino al 3 giugno (catalogo Electa Napoli). Info: 081669675.