Giacobini neri, così violenti e dimenticati

Capita che pezzi di Storia, siano dimenticati, rimossi. Per un motivo o per un altro rimangono fuori dalle pagine, avare, dei nostri manuali: a volte perché sono scomodi, a volte, e dispiace di più, perché gualcirebbero l’arazzo, già bello e pronto, che la storiografia ha filato e, priva della pazienza di Penelope, non ha voglia di disfare.
Le due eventualità si sommano facilmente nel caso della così detta storia coloniale. Basti pensare ai violenti rivolgimenti che infiammarono Saínt Domíngue (ora Haiti), durante la rivoluzione di Francia. Sfogliando il Dizionario critico della Rivoluzione francese, curato da François Fouret e Mona Ozouf, si nota che colonialismo e schiavitù sono voci lacunose, esattamente come in quasi tutti i tomoni che dei turbinosi fatti di fine Settecento si sono occupati. Pure la Saínt Domíngue su cui garrirono il giglio dei Borbone e il tricolore repubblicano era, correndo le ultime decadi del XVII secolo, il sanguinoso e opulento ombelico coloniale del Mondo. Un’isola di canne da zucchero e melassa, di schiavi dalla pelle scura, di ricchi piantatori e di feccia bianca invidiosa degli intraprendenti mulatti. Un’isola crudelmente vivisezionata da 128 divisioni razziali, dove i libertari venivano messi alla ruota e i liberti neri, capaci di leggere i salmi e conversare, esposti come meraviglie da circo Barnum. Abbastanza per far deflagrare una rivoluzione atipica che al grido liberté, egalité, fraternité unì la rabbia antica di nugoli di schiavi che adoravano i Vodûn e che volevano tornare alla Guinée, mitica terra d'antenati e di savane. Così, lontano dall’acribia illuminista, dalle belle intenzioni degli «Amis des Noir» e dai cannoni di Napoleone, si è svolta la prima delle guerre civili multietniche.
Una guerra che è rimasta appannaggio di pochissimi specialisti, almeno fuori da Haiti, sino a che un romanziere americano, si è preso la briga di fare quello che gli studiosi, onusti di cattedre, non hanno avuto voglia di fare. Madison Smartt Bell, nativo del Tennessee e classe 1957, si è, infatti, innamorato quasi per caso delle vicende di quest’isola e ha iniziato, con foga maniacale, a «nuotare contro la corrente del tempo» per ricostruirne l’epopea. Il risultato è stato una trilogia di romanzi, con al centro la figura del grande generale nero che trasformò in politica la furia degli schiavi: Toussaint Louverture. Il primo dei tre è stato finalista al National Book Awards del 1995 e gli altri, a seguire, hanno prodotto un grosso successo di pubblico, tanto da far tornare in auge il personaggio di Toussaint, un tempo caro anche a William Wordsworth. L’arrivo dei ponderosi libri di Bell in Europa, la prima traduzione italiana è del 2004 (edizioni Alet), ha poi rinfocolato anche qui la curiosità sull'argomento. Così ora compare in libreria i Giacobini neri (Derive-Approdi, pagg. 366, euro 25) una delle poche opere storiografiche che si occupi del più antico, e violento, tentativo di decolonizzazione. Il libro è datatissimo, fu scritto nel 1938 e rivisto nel 1963, ma resta una delle opere più complete nonostante il fardello degli anni. L’autore Cyril Lionel Robert James, storico e attivista del worker's party americano, ebbe il coraggio di scrivere di Saint Domingue in anni in cui le idee sul «fardello dell’uomo bianco» non erano ancora riposte, definitivamente, in cantina. Certo, il testo per quanto informato, trasuda militanza ed è inficiato dai sogni pan-africani che furono dell'autore. Capita così che, raccontando le carneficine compiute dagli schiavi, James sia preso da una foga giustificativa ormai incomprensibile. Peccato che questa riscoperta di frammenti di storia dimenticata goda, in Italia, l'attenzione solo di editori minori, che hanno l’acume della scoperta, ma scarseggiano nella visibilità sugli scaffali.