Giampaolo Pansa si racconta in un libro e avverte: "L'Italia di domani sarà povera come quella di ieri"

Lo scrittore racconta in un libro la storia della propria famiglia dall’800 al fascismo. Fra letteratura e giornalismo, Pansa racconta il mondo misero e feroce dei propri nonni e dei genitori per consegnarne la memoria e la lezione. E mette in guardia: &quot;Il benessere è finito&quot;<br />

Milano - Per poco, un niente. Poteva essere un romanzo, invece è un mémoires. Il nuovo libro di Giampaolo Pansa ha il passo letterario, ma è fatto di ricordi veri. È una storia particolare, quella della propria famiglia, e intanto ne ripercorre un’altra, collettiva, quella dell’Italia tra Otto e Novecento. Rendendo universale la prima, come fa la letteratura, e descrivendo nel dettaglio la seconda, come fa il grande giornalismo. E così, fra letteratura e giornalismo, Pansa racconta il mondo misero e feroce dei propri nonni e dei genitori per consegnarne la memoria e la lezione- ai propri figli e ai nipoti. Ai quali con il suo Poco o niente (Rizzoli), regala una bellissima narrazione storica, e anche un consiglio, sintetizzato nel sottotitolo: "Eravamo poveri, torneremo poveri ". Un libro che ha dentro l’Italia di ieri e una paura che credevamo dimenticata: la povertà. Ma anche l’Italia di domani e una sicurezza che diamo per scon-tata: il benessere. Storie di ciò che siamo stati, e di ciò che saremo.

Pansa, cosa siamo stati, e cosa saremo? "Siamo stati un mondo terribile, dove pochi ricchi comandavano e decidevano tutto, mentre i tantissimi poveri sopravvivevano fra stenti, violenze e sacrifici. E se non succede presto qualcosa, dopo decenni di benessere, la maggior parte di noi tornerà povera, condannata ad affrontare incognite e rinunce".

Come la famiglia Pansa: la cui storia lei racconta dall’Ottocento alla marcia su Roma.
"Tra pochi giorni compio 76 anni, invecchio. E parlando con le persone mi accorgo che il passato è sempre più importante, più del futuro. Questo mi ha spinto a ricordare l’epoca che ha visto crescere fra mille stenti mia nonna Caterina Zaffiro, nata nel 1869 nella Bassa vercellese, in una famiglia di contadini: sposò un bracciante ancora più povero di lei, Giovanni Pansa, rimase vedova a 33 anni, con sei bambini da sfamare, tra cui mio padre, che a nove anni smise di studiare per andare a lavorare, guardiano di mucche... Vite identiche a quelle di tantissimi italiani di quegli anni. Come identica, oggi, in tante famiglie, è la paura di tornare indietro e perdere il benessere raggiunto".

Ma torneremo davvero poveri?
"Magari non nell’immediato. Non sono come quei catastrofisti e menagrami che si augurano che l’Italia salti per aria. Però ho paura. Ma non da oggi, per via della crisi economica globale, ma da molto prima. Da quando vedevo in giro troppo lusso, troppi cellulari, troppe cose superflue, e mi chiedevo: Quanto potrà durare?. Stiamo camminando su una lastra di ghiaccio molto sottile. Speriamo in bene...".

Adesso sì che è apocalittico.
"No, guardi, io sono fondamentalmente ottimista. Solo che non ho le fette di salame sugli occhi. Non dico che torneremo agli estremi della polenta, della pellagra e dei padroni che violentano le serve... È vero, in realtà io dopo il sottotitolo Eravamo poveri, torneremo poveri volevo il punto interrogativo, lasciando una speranza. È stato l’editore a toglierlo, e ho accettato. Una volta, da giovane, ero più sicuro di tutto. Da quando faccio il giornalista non lo sono più di niente... Comunque, di certo la società sarà sempre più disuguale. Io la mia vita l’ho fatta e me la sono goduta, metto solo in guardia i giovani, dico loro: State attenti”.

I giovani. Non trovano davvero lavoro perché è colpa della società, o non si accontentano dei lavori che la società offre loro?
"La seconda è quella vera. La colpa è delle famiglie, che se non hanno il figlio laureato è una tragedia, e caricano i figli di aspettative irrealizzabili. Quando vedo legioni di ragazzi che frequentano Scienze della comunicazione, Sociologia, Lettere... mi vengono i brividi. Loro resteranno disoccupati mentre a noi mancheranno gli idraulici, i falegnami, gli infermieri...".

Negli ultimi libri lei ha raccontato i padroni della Prima Repubblica, facendo capire che forse si stava meglio quando c’erano Dc e Pci...Poi ha rievocato il giornalismo di ieri, buttando lì il sospetto che quello di oggi non conta nulla. Pansa: è diventato un conservatore?
"Ma io sono un conservatore, anche quando votavo a sinistra lo ero. Anzi, sono un qualunquista, o un anarchico inoffensivo. È da anni che non voto».

Ecco, la politica. Anche qui ci dobbiamo aspettare Poco o niente ? Cosa succederà in Italia?
"Non lo so, ma prevedo il peggio. Da una parte Berlusconi deve lasciare, dall’altra il centrodestra deve rimanere, salvando il sistema bipolare che è la base della democrazia. Se no, oltre che più poveri, ci ritroveremo anche in un Paese sfasciato".