Gianfranco Fini e l’aggettivo di troppo

Ma a che cosa mira Gianfranco Fini? Solo un’incontrollata ambizione può portare alla negazione di alcuni meriti del Regime. Proprio adesso, abbandonato qualsiasi ideale, in nome dell’economia, il Presidente della Camera dimentica che la parte sociale del Fascismo (Inps, Inam, bonifiche, case popolari) fu presa a esempio da tutti i politici del tempo e risultò all’avanguardia di ogni democrazia che esisteva. Forse sarebbe stato meglio storicizzare e contestualizzare quel periodo e non santificare coloro che alla dittatura di Mussolini volevano sostituire quella di Stalin. Era questa forse migliore?



Sono molti, moltissimi, i lettori che come lei, caro Baldi, hanno scritto per manifestare, con più o meno energia, la propria perplessità sull’uscita di Gianfranco Fini. Perplessità che è anche mia per una serie di motivi che ora le espongo. Non credo, innanzitutto, che l’antifascismo possa essere ritenuto, come invece pretende il presidente della Camera, un valore. In primo luogo perché ai valori etici mal s’adatta il segno negativo. I motivi ispiratori delle azioni umane, gli ideali ai quali ispirarsi, hanno senso se sono «pro», non «anti». Se sono a favore, non contro qualcosa, se proiettati verso ciò che universalmente è considerato un bene, non verso ciò che riteniamo un male. Ma anche se fosse legittimo ritenere l’antifascismo un valore, esso risulterebbe imperfetto, viziato: non si riferisce infatti al fascismo come ideologia, al fascismo come dottrina, ma al regime fascista, ovvero a un capitolo della nostra storia se non proprio a un paragrafo di quel capitolo, gli anni che vanno dal luglio del 1943 all’aprile del ’45. Sarebbe quindi più giusto riferirsi a un antimussolinismo, dizione però ridicola e poco adatta a rappresentare un valore. Valore che in ogni caso, per dirla con François Furet, si pone nei fatti come «emiplegico»: un valore dimezzato, incompiuto, perché condanna solo un aspetto del totalitarismo ignorandone l’altro, rappresentato dal comunismo.
Poi c’è il fatto del «male assoluto». Pur con l’inclinazione a estremizzare il linguaggio - attitudine mutuata dalla pubblicità, generosissima coi superlativi, e adottata dalla politica come dal giornalismo - le parole seguitano ad avere il proprio senso. E l’aggettivo «assoluto» sta a significare «incontrovertibile», «di carattere universale, generale». Ma può il fascismo, inteso qui come regime, come esperienza storica, essere considerato «male assoluto» quando ebbe il pressoché totale consenso degli italiani prima che trasfigurasse nel fascismo repubblicano, ovvero per diciotto dei suoi vent’anni di vita? Giudicarlo, col senno del poi, un male senz’altri aggettivi è, neanche a dirlo, senz’altro accettabile. Ma aggiungervi quell’«assoluto», precisare cioè che quel male non ha attenuanti, che tutto ciò che fu e che fece il fascismo fu «male» e solo «male», no, perché anche il più tenace degli antifascisti sa che se il male risultò superiore al bene, non lo sovrastò mai interamente, facendo venir meno quell’incontrovertibilità che è attributo dell’«assoluto». Per concludere, caro Baldi, non voglio dire che Gianfranco Fini avrebbe fatto meglio a starsene zitto, ma che ha commesso una leggerezza attribuendo carattere politico, quasi istituzionale, al suo caso di coscienza, a un giudizio personale che non si può pretendere assuma accenti universali. Se poi ciò gli può tornar utile per la scalata al Colle, auguri.
Paolo Granzotto