Giappone, contro i 30mila suicidi piano di emergenza del governo

Le autorità lanciano l’allarme: ormai è una moda di massa. Record delle morti nel 2007

In Giappone è ormai emergenza: il numero dei suicidi è in pieno boom, aumentano i siti Internet che spiegano come togliersi la vita e i ritardi per chi viaggia su treno e metropolitana, sotto i cui vagoni si buttano quotidianamente soprattutto i più giovani, sono diventati abituali. Il governo ha varato di recente un piano di azione straordinario della durata di 10 anni che promette di rinvigorire dopo la pubblicazione delle nuove statistiche: potenziamento dei servizi sociali e di consulenza, monitoraggio dei siti che teorizzano il suicidio perfetto, attività di prevenzione sui luoghi di lavoro. L’impresa dell’esecutivo non è facile: nel 2007, secondo i dati appena resi pubblici dalla polizia nazionale, si sono tolte la vita 30.093 persone, il 2,9% in più rispetto all’anno prima. L’obiettivo è quello di contenere l’aumento dei suicidi e di diminuirne il numero del 20 per cento. Il problema non è del resto nuovo: già nel 2002 il ministro del Lavoro aveva distribuito alle più grandi società del Paese pamphlet di 38 pagine con le istruzioni per i capi d’azienda su come individuare soggetti con tendenze suicide. Le istituzioni pubbliche non sono le sole a entrare in azione. I dati raccontano che molte persone si tolgono la vita per liberare le famiglie dai debiti. Le polizze assicurative sulla vita coprono infatti anche in caso di suicidio. Ora molte compagnie di assicurazione, spinte anche dal governo, per non incoraggiare atti estremi pagano le famiglie del morto soltanto dopo due o tre anni dal decesso.
In un Paese in cui un best-seller da un milione di copie vendute s’intitola «Guida al suicidio perfetto», i giornali parlano ogni giorno di nuovi metodi per togliersi la vita, come l’utilizzo di gas tossici, della tendenza al suicidio di gruppo, dei club su Internet, della concentrazione geografica delle morti: in molti scelgono di uccidersi nelle suggestive foreste alle pendici del monte Fuji. In Giappone, scrivono gli esperti, le cause dei suicidi sono soprattutto lo stress causato dal lavoro e la depressione, problemi familiari; si uccidono soprattutto trentenni e ultra sessantenni, per la maggior parte uomini. Il disagio individuale agisce su un substrato culturale che, a differenza di quanto avviene nelle società sorte su valori giudaico-cristiani, non condanna il suicidio. Religione e mentalità non stigmatizzano l’atto di togliersi la vita. Nel Giappone antico i samurai, i guerrieri della tradizione, praticavano il suicidio rituale piuttosto che cadere vivi nelle mani del nemico, per salvaguardare la dignità delle armi. I normali cittadini utilizzavano altre forme di uccisioni rituali per lavare il disonore imposto alle famiglie o a loro stessi. Durante la Seconda guerra mondiale, i piloti kamikaze si lanciavano con i loro aerei sulle navi da guerra americane. Erano e sono tutt’ora considerati eroi nazionali. Il celebre scrittore Yukio Mishima commise nel 1970 uno spettacolare suicidio rituale dopo aver tenuto un discorso davanti ai militari dell’esercito nazionale tentando di convincerli a sollevarsi per riportare l’armata alle antiche glorie imperiali. La mentalità non è cambiata: di recente un ministro si è impiccato poche ore prima dell’apertura di un’indagine per corruzione a suo carico. Il governatore di Tokio ha definito l’uomo «un vero samurai».