Il Giappone negli occhi di un gatto

Apparso un po’ per gioco su una rivista, il libro inaugurò la moderna letteratura del Sol Levante

Non mentiva il giapponese Natsume Kinnosuke allorché, nel 1905, debuttando in narrativa alla vigilia dei suoi quarant'anni, dichiarava senza ammettere repliche: «Io sono un gatto». Lo diceva nella più affermativa delle forme: all'indicativo presente e in prima persona. Sottoscrivendo le proprie affermazioni con la firma ostinatamente pseudonima di Soseki (letteralmente: cocciuto, testardo, ostinato). E affermandosi con poche pagine e in poche parole nel nuovo orizzonte delle belle lettere nipponiche. In principio - avvio di un secolo, d'una stagione della prosa, esordio di carriera e incipit di narrazione - ci fu un gatto dunque. E all'inizio non era che una novella. Apparsa un po’ per gioco sulla rivista letteraria Hototogisu. Promossa a furor di popolo - il popolo dei lettori che dal numero successivo presero a reclamarne il seguito - alle proporzioni gigantesche di un romanzo. Riconosciuta con gli onori della critica - criticata, caricaturata e parodiata nella figura di un censore coi baffi: con baffi sensibili, occhi prensili e artigli retrattili - quale titolo inaugurale della moderna letteratura del Sol Levante.
Non mentiva quel testardo di Soseki. E infatti rieccolo qui, tornato a ripresentarsi con la stessa carta d'identità: Io sono un gatto (Neri pozza, 510 pp. 18 euro). E a rivivere in versione italiana (tradotta dal giapponese da Antonietta Pastore) la sua ennesima vita randagia. Preso per la collottola dal cuore dell'epoca Meiji - cioè l'epoca omonima alla dinastia regnante dopo l'ultimo Shogun: dal 1868 al 1912 - e messo in libertà e in circolazione sotto il sole ponente del Belpaese.
L'effetto della sua nuova apparizione è, come da copione, sbalorditivo. Spiazzante per il lettore italiano anni Duemila che si ritrova a tu per tu con un micio nato a Tokyo esattamente un secolo fa: cento anni esatti sono infatti trascorsi dal 1906 in cui Soseki ultimò il suo librone, e Edo per l'esattezza si chiamava allora la capitale che fu culla al suo primogenito parto felino. E tanto più sconvolgente per il trovatello centenario che, già ai suoi tempi, neonato cucciolino, era stato raccolto dalla strada nelle mani di uno studente e accolto subito nella casa del bizzarro professore dove da allora si aggira col passo silenzioso di un curiosissimo esploratore senza nome.
Belle scoperte ce n'erano (ce ne sono) da fare. Con gli occhi acuti - stretti a fessura per spiare di soppiatto o aperti a palla per vederci anche al buio - del privilegiato testimone a quattro zampe che, acquattato in cima alla credenza o acciambellato sulle ginocchia del padrone di casa, può a tutto agio guardare dall'alto in basso o mettere sottosopra le incredibili abitudini delle umane creature. O con gli occhi increduli del contemporaneo d'Occidente che, diffidente come un ospite intruso e peloso, osserva vecchi sapienti orientali muoversi come animali ben strani in un'esotica, sorprendentemente familiare quotidianità. Compongono haiku e leggono Balzac. Estraggono ideogrammi e cartigli dalle maniche del kimono, e buttano giù nel fondo nero della psiche lo scandaglio illuminante del positivista William James. Coltivano camelie, gelsomini e crisantemi nelle aiuole del giardino del tè, e intanto contemplano attraverso occhiali d'oro le visioni paesaggistiche di Andrea del Sarto. Intonano liriche monodiche al suono bicorde del Koto - l'antichissima arpa rituale -, e traducono maldestramente dall'inglese storielle puerili e favolette naïf. Queste le scene che lo spettatore muto - ma, segretamente, facondo narratore - capta sornione con le orecchie tese. Per riferirne così come si recitano, in esilarante sequenza di aneddoti e atti unici. Concedendo alle incoerenze, le incongruenze, i contrattempi, e gli anacronismi dello spettacolo, poco più che un rassegnato, sardonico sorriso. Che cosa rende tanto irresistibile, artisticamente dissonante, l'effetto d'insieme? Le stonature? I miscugli tra i generi, gli intrugli di culture? Gli incroci improvvidi di arcaico ed estraneo, tradizionale ed europeo, del prosaico col poetico e del sacro col profano? O la premeditata confusione del felino con l'umano? In vero, al gatto che lo guarda, il glabro mammifero bipede pare paffuto e liscio come una teiera, ma «se andassi dal barbiere Kita e mi facessi radere, non sarei tanto diverso da una persona», ammette la bestiola di sotto il suo morbido mantello. E se, addomesticato e financo letterato, il predatore afferra la penna e prende la parola per imbastire oltre cinquecento pagine di storielle, il suo padrone compare per la prima volta sulla scena miagolando un attonito «Uhm...».
Chimere fantastiche di un'iperrealistica parentela: ecco la felice - e divertentissima - composizione che, lasciatisi alle spalle i giovanili componimenti poetici, il vecchio Soseki escogitò per dare una risposta agli interrogativi del nuovo Giappone novecentesco che finalmente si apriva all'Occidente. Risposta perentoria e affermativa: «Io sono un gatto». E perciò punto occhi mobili, zampate agili, unghiate affilate e graffianti su un ambiente che, da indomito e supercilioso genius locis quale sono, presto farò mio. E risposta giusta: confermata adesso da questo ritorno italiano con cui lo scrittore giapponese rinasce alla sua ennesima esistenza, la nona: di tante ne dispone un felino. Nelle vite precedenti Soseki, nato nel 1867, era stato: (1) il bambino indesiderato di un'anziana coppia di genitori, (2) l'orfano cresciuto in campagna da una famiglia di fattori, (3) lo studente innamorato della lirica cinese, (4) il cultore appassionato della bella prosa inglese, (5) poeta d'haiku, (6) pittore dilettante, (7) insegnante di provincia e nella capitale. Romanziere, infine (8): slanciato, baffuto e caudato agli esordi come per il resto della vita. Alla fine dei suoi umani giorni mortali (sopraggiunta nel 1916), prima di appoggiare la testa sul Guanciale d'erba (l'ultimo libro, il suo capolavoro) il pertinace autore «soseki» sapeva probabilmente di avere un'altra vita di riserva: per farsi tradurre e portare ancora nel mondo da vagabondi passi felpati.