GILLES DELEUZE Un graffiante abbecedario

Da Agguato a Zecca, c’è posto per la Giustizia («ne parlano gli intellettuali senza idee»), il tennista McEnroe («aristocratico puro») e i «detestati» Viveur

Come una miniera, o come la gramigna. Anche come un videogame o un videoclip. Il pensiero di Gilles Deleuze (1925-1995) esposto dal fantasma di Gilles Deleuze - la sua voce dall’oltretomba, la sua ombra evocata dall’aldilà - rivela sviluppo profondo e tenacia crescente: la seducente sistematicità con cui attrae di cunicolo in cunicolo a scoprire grotte di tesori sepolti, l’avvolgente vitalità con cui attecchisce in ambiti molto lontani dall’orticello coltivato dagli specialisti e dal campiello riservato alle conventicole degli accademici. Auspicava «una lettura non filosofica della filosofia, o non c’è nessuna bellezza» il filosofo 64enne quando, nel 1988 (ancora in vita e con la clausola della pubblicazione post-mortem) si rivolgeva all’intervistatrice Claire Parnet e alla cinepresa di Pierre-André Boutang, squadernando per posteri - i non-filosofi - i meandri sotterranei del suo mondo speculativo e la ramificazione «rizomatica» delle sue invenzioni teoriche.
Spettacolo di sorprendente bellezza: esplorare per credere. Mezzo - medium - dell’incontro è l’Abecedario di Gilles Deleuze in tre Dvd pubblicato da Derive e Approdi. Otto ore di conversazione che, snodandosi sull’ordine arbitrario dell’alfabeto, offre via via allo spettatore (interattivo: può scorrere l’enciclopedico video saltando da una lettera all’altra) innumerevoli parole chiave per aprire i recessi del pensiero e schiudere i germogli delle idee. Siamo usciti dal seminato, tracciato dalla diligentissima Claire Carnet, per cogliere fior da fiore le battute del maître à penser che, come tale, sapeva di stare sempre in...
AGGUATO. È la condizione fondamentale dell’animale, che non smette di produrre segni e non fa altro che stare all’erta per captarne. Non è mai tranquillo: è terribile quest’esistenza in agguato. I cacciatori veri, quelli che hanno un rapporto animale con gli animali, lo sanno. Anche chi scrive o pensa si sporge sulle soglie dell’animalità. C’è un’inumanità del corpo e dello spirito: dove il pensiero tocca il non-pensiero.
BICCHIERE. Sempre l’ultimo per l’alcolista: l’ultimo per stasera prima di versarne un altro domattina. Ho bevuto per molto tempo, ho smesso per motivi di salute. La verità è che ho smesso di bere quando anziché favorire il lavoro cominciava ad impedirlo.
CATTIVERIA. Impedire a qualcuno di fare ciò che può: ostacolare la realizzazione di una potenza.
DESTRA. Vengo da una famiglia borghese, e non certo di sinistra. Borghesia incolta e antisemita, terrorizzata dal Fronte Popolare e inferocita contro Blum e le sue misure sociali. Non si comprende l’ascesa di Pétain senza riandare all’antisemitismo della borghesia degli anni ’30.
ENGAGEMENT. Dopo la Liberazione mi impegnai a sinistra, ma non mi iscrissi mai al Pc. I comunisti non facevano che riunioni per parlare: non mi interessavano. La sinistra non è questione di partito o di governo. È una percezione: la percezione di essere minoritari. La maggioranza è un’unità di misura vuota. Tutti sono minoritari, la maggioranza non è nessuno.
FASCINO, FOLLIA, FEDELTÀ, FILOSOFIA, FOUCAULT, FÉLIX. Gli amici sono persone avvolte di fascino. Lo charme deriva da una differenza di potenziale, come quella che ha favorito l’incontro con Félix Guattari nel ’69: ci siamo intesi, completati, amati. O come la misteriosa irradiazione che emanava da Foucault: i suoi bei gesti secchi, di metallo, di legno. Si resta fedeli al mistero dell’amico, o non si può amarlo: nella sua follia è il suo fascino. Lo stesso mistero tocca la filosofia: il filosofo è l’amico della saggezza.
GIUSTIZIA GIURISPRUDENZA. Gli intellettuali senza idee parlano di giustizia e diritti dell’uomo: sono insiemi vuoti. La vita è un insieme di casi concreti: la giurisprudenza può regolarli, non la giustizia. Se non avessi studiato filosofia avrei fatto legge.
HALWACHS. Pierre, il pederasta, il sovversivo, il ribelle, temevano i miei. Era in effetti un seduttore, l’amico degli anni del liceo che mi fece leggere Anatole France, Gide, Baudelaire. Allora smisi di essere un idiota: prima ero un bravo scolaro dedito alla raccolta dei francobolli.
INCONSCIO. Non è il teatro dove recitano Amuleto e Edipo, come credono gli psicanalisti terrorizzati dal desiderio come i preti. È un’officina, e non si deve interpretare, si deve sperimentare.
LIMITE. Non chiude l’ambito in cui si muove lo scrittore o il filosofo: è la frontiera oltre cui cerca di spingersi. Il limite che separa linguaggio e pensiero dal silenzio, dal grido, dalla musica, dal canto, dall’animalità. Al limite lo si tocca con un pigolio doloroso, come quello dello scarafaggio di Kafka.
MCENROE. È l’anti-Borg. Borg aveva una dignità cristica: ha proletarizzato il tennis, lo ha reso popolare, da nobile che va al popolo, come Cristo. McEnroe era l’aristocratico puro: metà egiziano, metà russo: servizio egiziano, anima russa. Sapeva che nessuno avrebbe mai potuto imitarlo. E da grande stilista ha inventato colpi che non c’erano: la successione servizio/volée mai vista prima.
NUTRIMENTO. Mangiare mi annoia. Ma c’è una trinità di leccornie che mi fa gola e che i più trovano disgustosa: cervella, midollo e lingua. Sono il Padre (la testa) il Figlio (legato a Lui dalle vertebre) e lo Spirito Santo (spirito della parola) del mio banchetto ideale.
OTTUSI. I Nouveaux Philosophes, arrivano ora a dire che le rivoluzioni possono finire male. Chi credeva che una rivoluzione potesse finire bene? Non occorreva aspettare Glucksman per riflettere sullo scacco della rivoluzione algerina, o staliniana.
PIEGA. Immagine prodigiosa del concetto inventata da Leibniz. Tutto si piega, si dispiega, si ripiega: le pieghe della terra, degli organismi, dell’anima. Sostenendolo ho riscosso consensi tra i non filosofi. Mi ha scritto la società dei piegatori di carta: «È proprio così!», dicevano. E il club dei surfisti: «È vero!, viviamo nella piega dell’onda».
QUALUNQUISMO. Mediocrità, abominio della letteratura di sempre: sta nel credere che scrivere sia un fatto privato, che si possa fare un libro di una storia qualunque. Non è mai un affare privato, è sempre una questione universale.
RITRATTO. I profani credono che i concetti siano astratti. Sono invece concreti come opere d’arte, vivi come personaggi, e la storia della filosofia è una straordinaria galleria di ritratti.
SPORCIZIA, SCRITTURA, STILE. È inconcepibile affidare il pensiero al parlato, come adesso, in quest’intervista. Ma non ci sarò più quando mi ascolteranno. L’oralità è sempre sporca. Nella scrittura si inventano i concetti e, scrivendo, mi sono sempre posto il problema dello stile.
TRISTEZZA. Essere separati da una potenza di cui a torto o a ragione ci si credeva capaci.
UNIVERSALI. Sono opinioni, dicerie, sciocchezze. La filosofia non se ne occupa affatto: importante è la singolarità.
VIVEUR, VIAGGI. È una figura che detesto quella del viveur, come detesto i viaggi, specie quelli intellettuali, per conferenze e congressi. Chi vive alla grande è il cagionevole: la Vulnerabilità acuisce l’ascolto della vita, il senso della sua bellezza. E la Vecchiaia è la migliore delle condizioni: si è liberi da progetti, finalmente disinteressati, lenti, sobri. Da vecchi «si è» e basta.
WITTGENSTEIN. Una catastrofe filosofica, la massiccia regressione di tutta la filosofia. E i wittgensteiniani sono malevoli: hanno eretto la povertà a grandezza.
ZECCA. È uno dei protagonisti del mio bestiario, popolato di animali ripugnanti: il ragno, la mosca, la pulce. Ha un mondo, limitato quanto equilibrato: di rado accade a un uomo. Di tutta la natura brulicante sceglie tre cose. La luce: che capta immobile per anni sulla cima di un ramo. L’odore: del mammifero che passa sotto il suo albero. La pelle: con la soddisfazione tattile che la invita a succhiargli il sangue.