GINA LAGORIO La vita dei semplici

È morta ieri a Milano la scrittrice e saggista

Aveva da poco consegnato alla Garzanti il suo ultimo libro intitolato Capita; un libro - prossimamente in libreria - in cui Gina Lagorio, saggista e scrittrice nonché ex parlamentare e moglie dell’editore Livio Garzanti, aveva raccontato il suo doloroso calvario nella malattia che la stava lentamente consumando.
«Sono pagine intense, piene di dignità e coraggio - ci ha raccontato ieri Oliviero Ponte di Pino, direttore editoriale della casa editrice -. Due anni di vita in cui ha descritto con lucidità assoluta un momento drammatico della sua esistenza, senza alcun cenno di vittimismo o compiacimento. È un libro forte, con uno sguardo profondo su di sé e sul mondo». Ponte di Pino ricorda così la scrittrice scomparsa ieri, una persona di grande forza e vitalità che fino all’ultimo ha lottato per la vita e che fino all’ultimo è riuscita a fare ciò che più le piaceva (cosa non da poco): scrivere e raccontare la vita in tutte le sue sfaccettature, con le sue luci e le sue ombre, e mettere nero su bianco la sua visione delle cose del mondo. «Raccontare - diceva - è stato per me una seconda maniera di essere, una risposta istintiva al bisogno di espressione per impadronirmi del mondo, attraverso un tipo diverso di conoscenza». Ed è alla scrittura che l’autrice ha dedicato gran parte della propria esistenza, con la dedizione e l’onestà intellettuale di chi ha scelto un mestiere per passione.
Laureata in Letteratura Inglese all’Università di Torino, per anni ha insegnato inglese e collaborato con diverse testate, fino all’esordio intorno ai trent’anni con Un ciclone chiamato Titti (1969), dedicato a sua figlia («Sono nata come scrittrice a dieci anni, e ho fatto l’insegnante per campare e per fare la moglie e la madre. Scrivevo di notte. E il mio scrivere rispondeva a un’esigenza interiore: era una forma di colloquio con i miei fratelli che non avevo»). In seguito, la sua vita venne sconvolta dalla morte del primo marito, Emilio Lagorio, protagonista della Resistenza. A lui è dedicata quella che viene considerata una delle sue migliori opere, Approssimato per difetto (1971).
Era facile incontrare Gina Lagorio nella sua accogliente ed elegante casa milanese e facile era ottenere interviste, che rilasciava ogni volta con gentile disponibilità, a volte con sottofondo di Mozart. Generosa di sé e del suo sapere, possedeva il dono raro della «bella conversazione», in cui si poteva spaziare dalle dotte citazioni alle ricette della nonna fino alle nuove tecnologie. Critica, discreta e insieme ironica (con un ego ridotto, si direbbe oggi), aveva posizioni precise su quello che considerava «un mondo accademico inamidato, ammorbato di tecnologia, di mode, di servitù all’immagine, di fronte a intellettuali ringhiosi e pieni di alterigia». Così come critica era nei confronti di una scrittura soltanto sul piano di un astratto cerebralismo: «Detesto il biancore astratto, i manti di prosopopea, le maschere di distacco cerebrale. Voglio il mio Dante da toccare, il basilico che tengo sul balcone per fare il pesto, il ragù, i ravioli, un budino leggendario, la mia zucca... Chi me l’ha curata e regalata era una donna molto semplice, di quella grandezza e semplicità naturale che è solo dei grandi personaggi...».
Gina Lagorio era una piemontese di razza, figlia unica, nata a Bra (Cuneo) nel 1922, terra a cui è sempre rimasta profondamente legata («L’agiatezza calibrata dalla saggezza di mia madre in una famiglia piccolo borghese... Ora il passaggio dalla società contadina a quella industriale si è tramutato in sperpero del troppo...»). Non a caso molte delle sue opere sono intrise di una certa «piemontesità», in cui emergono paesaggi che rievocano la tenuta di famiglia, la giovinezza, il passato; ma anche scrittori che hanno vibrato in lei, come Pavese e Fenoglio o come, per la Liguria, Barile e Sbarbaro che considerava il suo maestro.
È tuttavia a Milano, sua città d’adozione dove ha vissuto dal 1974, che ha intrapreso la carriera politica, battendosi per i diritti delle donne e impegnandosi in diverse attività, tanto da essere eletta nel 1987 al Parlamento, per una legislatura, come indipendente di sinistra. Tra le sue opere ricordiamo La spiaggia del lupo (1977), Fuori scena (1979), Tosca dei gatti (1983), Golfo del paradiso (1987), Tra le mura stellate (1991), Il silenzio (1993), Il bastardo (1996), Inventario (1997), L’Arcadia americana (1999). Tra i lavori di saggistica: Fenoglio (1972), Sbarbaro: un modo spoglio di esistere (1981), Penelope senza tela (1984), Russia oltre l’URSS (1989), Il decalogo di Kieslowski (1993). Ha ottenuto il «Premio Flaiano» per la commedia Raccontami quella di Flic. Ha inoltre vinto numerosi premi letterari tra cui il «Viareggio» nel 1983. I suoi libri sono tradotti in quattordici Paesi.
m.gersony@tin.it