Ginevra: l'altro perché (oltre agli attacchi a Israele) del no della Farnesina

Parecchi paesi, in prima fila quelli islamici, pretendono di inserire nel documento praparatorio della conferenza sul no al razzismo, anche un riferimento alla religione musulmana. Criticarla sarebbe da considerare alla stessa stregua di una offesa razziale

Non solo gli attacchi - espliciti e meno - ad Israele. Nella decisione del governo italiano di ritirarsi dai negoziati in corso a Ginevra sul documento preparatorio alla conferenza di revisione di Durban, c'è anche dell'altro, rimasto per ora molto sotto traccia.
E infatti nel documento messo a punto ci sono anche riferimenti alla questione della "diffamazione religiosa" che hanno suscitato forti perplessità negli inviati della Farnesina . In pratica, con la richiesta di "standard aggiuntivi" i paesi islamici starebbero tentando di introdurre nuovi limiti alla libertà d'espressione nei confronti delle religioni e in particolare a quella musulmana. Ad essere titolari di diritti - hanno fatto presente i rappresentanti italiani quando la questione è stata sollevata - sono gli individui, non le religioni. Per cui la pretesa di introdurre il "divieto di diffamazione" nei confronti della religione musulmana dato che si tratterebbe di razzismo, appare fuori luogo.
Questo tema, assieme al riapparire della questione israelo-palestinese in diversi paragrafi del documento preparatorio - si parla a più riprese della "politica di discriminazione razziale nei confronti della popolazione palestinese" messa in atto da Israele, che si accusa poi di praticare l'apartheid, la tortura e numerosi atti criminali "in contrasto con i diritti umani", così da fare dello stato ebraico "una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale" - hanno convinto il governo di Roma a disertare la conclusione dei lavori di Ginevra e, dunque, la conferenza stessa ("United against racism: dignità and justice for all") che si terrà nella città svizzera tra il 20 ed il 24 aprile prossimi.
L'appuntamento ginevrino avrebbe dovuto costituire il quarto capitolo della conferenza internazionale contro il razzismo, la xenofobia e l'intolleranza. Seguito di quello tenuto a Durban, in Sudafrica, nel 2001 sulla base della risoluzione 52/111 dell'Onu, approvata nel 1997. Dopo due anni di preparazione, la conferenza di Durban - dal 31 agosto all'8 settembre, giusto pochi giorni prima l'attentato delle due torri - vide la partecipazione di 2.500 delegati e 4.000 rappresentanti di Ong. Cinque i temi allora trattati: cause e forme di razzismo; vittime; misure di prevenzione, educazione e protezione; misure di compensazione e di risarcimento; strategie per realizzare una piena ed effettiva eguaglianza; e, in conclusione, l'adozione di una dichiarazione e di un programma d'azione che ricalcavano principi condivisi a livello internazionale con cui si cercava di rafforzare la lotta al razzismo. Ma la discussione fu lunga e tormentata, specie su alcuni capitoli come quello medio-orientale e specie sul terreno parallelo del forum delle Ong ci furono parecchi episodi di intolleranza nei confronti di Israele, attraverso la presentazione di materiale di chiaro sapore antisemita, tant'è che i governi di Washington e Gerusalemme decisero di abbandonare la conferenza. Alla fine si giunse ad un accordo in base al quale si riconosceva il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione ed alla creazione di uno stato indipendente, ma al tempo stesso si reclamava un diritto alla sicurezza di tutti i paesi dell'area, e dunque Israele compreso.
Ma in vista del nuovo appuntamento in programma a Ginevra - decisione varata all'Onu nel 2006 - le cose sono andate complicandosi. In ben 5 paragrafi del documento preparatorio messo a punto spunta nuovamente la questione medio-orientale. Si esprime "grave preoccupazione per le pratiche di discriminazione razziale nei confronti della popolazione palestinese e dei territori arabi occupati" e si ribadisce il diritto all'autodeterminazione dei palestinesi. Ma stavolta senza riconoscere il diritto alla sicurezza di Israele. Che anzi viene chiamata in causa come stato colpevole di pratica dell'apartheid, di torture, di restrizioni varie e di costituire una "minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale".
Poi, come detto, a convincere il governo di Roma ad innescare la retromarcia, c'è la storia degli "standard complementari" che si vorrebbero inserire e in base ai quali sarebbe da condannare per razzismo chi offende in qualsivoglia modo la religione islamica. La Ue nel suo complesso ha già fatto sapere che non accetterà una revisione della definizione di razzismo allargandola alla religione, ma ci sono forti pressioni perché la conferenza faccia invece propria la questione.
Di qui la decisione della Farnesina di abbandonare i lavori preparatori, forte anche del voto della Camera dei Deputati (4 dicembre 2008) con cui in 417, contro solo 4 contrari, hanno impegnato il governo a verificare assieme ai partners europei esiti e orientamenti che emergono a Ginevra, intervenendo affinché "venga scongiurato il rischio che la conferenza si svolga su una piattaforma ispirata all'intolleranza ed alla discriminazione" e piuttosto si finalizzi "la promozione della convivenza civile tra i popoli e in particolare nell'area medio-orientale, col rilancio del processo di pace tra israeliani e palestinesi".
Non è comunque un addio. Al ministero degli Esteri fanno capire che se fossero messi da parte in questo ultimo mese che divide dal via alla conferenza, tutti quegli aspetti discutibili che sono fin qui apparsi, Roma sarebbe disponibile a far ritorno al tavolo delle trattative. Ma segnali di novità, per ora, da Ginevra non arrivano.