Gino De Dominicis classico d’avanguardia

Aristocratico e scandaloso, fece dei suoi lavori un’ossessiva ricerca dell’immortalità

Gino De Dominicis (1947-1998) è stato un artista tanto d’avanguardia da essere classico, e tanto classico da essere d’avanguardia. È stato un protagonista dell’arte concettuale, anzi è diventato famoso per alcuni gesti, più scandalistici che realmente scandalosi (il ragazzo down presentato alla Biennale di Venezia), e che comunque non sono le sue cose migliori. Ma il concettualismo per lui non era un dogma, tanto che ironizzava: «È stata una tendenza americana che negli anni Settanta in Italia ha destato un certo interesse, soprattutto nel Meridione, forse perché lì sono molto diffusi i nomi Concetta, Concettina, Concezione».
È stato anche uno dei pittori più aristocratici della sua generazione. «Il disegno, la pittura e la scultura - diceva - non sono forme d’espressione tradizionali ma originarie, quindi anche del futuro». De Dominicis, insomma, è stato talmente capace di conciliare gli opposti che la sua arte risulta alla fine di assoluta coerenza. Lo dimostra anche l’emozionante rassegna in corso fino al 7 ottobre a Villa Arson a Nizza, a cura di Andrea Bellini e Laura Cherubini (poi, da novembre a gennaio, itinerante alla Fondazione Merz di Torino, e subito dopo al P.S.1 di New York). In occasione della mostra, tra l’altro, la rivista Flash Art International ha fatto uscire un numero monografico da non perdere. L’artista, infatti, per un singolare vezzo non permetteva la riproduzione delle sue opere, mentre qui, grazie a una speciale autorizzazione dell’Associazione De Dominicis, ne sono pubblicate parecchie, anche poco note.
Dicevamo della felice univocità del suo lavoro. In realtà il cuore dell’opera di De Dominicis, al di là delle diverse e anche antitetiche apparenze, è uno solo: la ricerca dell’immortalità. Le cose e l’uomo, diceva, dovrebbero essere eterni per esistere veramente. Per questo le sue installazioni e i suoi dipinti contengono anche una continua meditazione sulla morte: cioè sull’unico evento umano che annulla il tempo. Nella splendida tavola Urvasi e Gilgamesh, due figure dal profilo appena accennato guardano lontano, verso un paesaggio in cui appare una piramide egizia. Gilgamesh, l’eroe sumero re di Uruk, lottò per conquistare l’immortalità. Urvasi, la dea indiana, volle raggiungerla con la sua bellezza. Entrambi osservano la piramide che si disegna in lontananza, come un miraggio dell’eterno.
Il desiderio di Gilgamesh è espresso da tutte, o quasi, le opere di De Dominicis. Forse anche la morte misteriosa che l’artista ha incontrato è stata un capitolo di quella ricerca.