Gioacchino da Fiore, alla ricerca della fine del tempo

Nel "Libro delle figure" dell'abate le ipotesi (sempre errate) sul Giorno del Giudizio. Un saggio di Marco Rainini

C’è chi si diverte a prevedere il tempo, munito di sonde e barometri, satelliti ed elaborazioni grafiche. Ma c’è anche chi dedica la vita a prevedere il Tempo, che poi altro non è, in senso oggettivo, se non la misura della durata. Perché il mondo, il nostro mondo, passa e mai non ristà. Tutto diviene e tutto si modifica. Ma in che modo? E fino a quando? In fondo i problemi che arrovellano menti e anime degli aruspici, dei cartomanti, degli scienziati dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, sono sempre quelli: che ne sarà di noi, domani? E fino a quando saremo?
Ripensiamo agli aruspici pagani dell’Evo Antico dominato da Roma, che cavavano previsioni sul futuro sventrando polli e capretti, tra schizzi di sangue e quel puzzo indistinto che si spande dalle interiora di un essere aperto in due, tra gli occhi spalancati dei presenti. Che cosa cercavano, se non una previsione sul da farsi? L’aruspicinia fu un’arte nobile di Roma antica, sopravvissuta sin ben addentro al V secolo, a cristianesimo ormai imperante e trionfante, dopo la visione di Costantino e la cristianizzazione dell’Impero. Cristianizzazione che portò con sé un ribaltamento della concezione del tempo: con l’avvento di Cristo il Tempo era ormai compiuto, si trattava solo di «durare» sino al Suo ritorno, alla Parusia finale. Ma per quanto?
Così non pochi provarono a predire il giorno, o almeno l’anno, del Giudizio Finale, naturalmente frugando tra le pagine del libro per eccellenza della tradizione cristiana. La Bibbia venne in tal modo compulsata alla ricerca di ogni indizio dell’approssimarsi della fine dei tempi e del Tempo. Ci si rifece ai sei giorni, più uno, della Creazione; si sondarono i paralleli possibili fra la storia di Israele, antico popolo eletto, e la Chiesa, nuovo popolo eletto; si confrontarono le durate degli Imperi, rifacendosi a un sogno del profeta Daniele (7,1-8), secondo il quale quattro imperi si sarebbero avvicendati prima della Fine, raffigurati da quattro grandi bestie: un leone con ali di aquila, un orso, un leopardo con quattro teste e ali d’uccello, infine un mostro «terribile e spaventoso», con «denti di ferro» e dieci corna più una. E già san Gerolamo vide i quattro imperi nei regni babilonese, persiano, greco (di Alessandro Magno) e infine romano. Con tutti i problemi però conseguenti al vacillare e poi crollare di quest’ultimo.
Ma per quanto ardite fossero, tutte queste interpretazioni impallidirono davanti all’attività di un piccolo monaco calabrese, Gioacchino da Fiore, che profetizzò di fronte a papi e re, litigò con il potente ordine cistercense e ne fondò uno proprio (quello appunto «florense»), lasciando una serie impressionante di opere di interpretazione del Tempo. Tra le sue innovazioni, vi fu l’idea di istituire un rapporto fra la Trinità e la storia. Secondo Gioacchino, la storia andava suddivisa in tre periodi: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, quest’ultimo periodo essendo perfetto e ormai prossimo, rispetto a quella fine di XII secolo in cui Gioacchino viveva. Un’idea fortissima, capace di scatenare in seguito scismi ed eresie, sino alla laicizzazione spinta di un marxismo che vedeva nella lotta di classe e nella vittoria operaia la perfezione stessa della storia.
Ma Gioacchino è celebre anche per una sua opera speciale, l’enigmatico Libro delle figure. Si tratta di una serie di figure che provano a «illustrare» il pensiero dell’abate calabrese, con un florilegio di alberi e draghi, anelli e triangoli, schemi e glosse che danno l’impressione, a chi le ha tra le mani, di trovarsi davanti a una possibile «chiave» del mistero che avvolge la storia umana. Discusse senza sosta dalla storiografia - e si badi che Gioacchino è ancora oggi uno degli autori medievali più studiati in assoluto a livello internazionale - quelle figure vengono ora sapientemente spiegate da Marco Rainini nel denso volume Disegni dei tempi. Il «Liber figurarum» e la teologia figurativa di Gioacchino da Fiore (Viella, pagg. 350, euro 35).
Lo studioso propone una nuova interpretazione circa l’uso che venne fatto di quel notevole campionario di immagini: una specie di portfolio non tanto sistematico quanto tematico, sottoposto comunque a una logica di work in progress cui, in effetti, Gioacchino non si sottrasse mai. Perché in effetti, già durante la sua vita, l’abate modificò non poche delle sue stesse previsioni, tutte immancabilmente fallite allo scadere della data annunciata. Destino di un genio che rasentò, quando non sconfinò, nella follia.