GIORNALI La salvezza?

Mentre il più vecchio quotidiano del mondo passa online e gli under 35 vogliono solo notizie veloci e gratis, resta il monito di Rupert Murdoch: «Cambiare o morire»

Era la stampa bellezza. Ora è un mutante e non si sa bene cosa diventerà. L’unica certezza è che niente potrà più essere come è stato negli ultimi quattro secoli, da quando la prima copia del primo giornale del mondo appariva in Germania. Le previsioni parlano di una lenta agonia che porterà a una inesorabile fine per il vecchio glorioso quotidiano come lo conosciamo. Al suo posto giornali gratuiti (free press), giornali on-line, notizie integrate, catapultate a ritmo continuo da tv, computer, telefonini. Se fossimo personaggi di un libro di Philip K. Dick ci direbbero: ne vedrete di cose voi umani che non potrete neppure immaginare...
I giudizi degli esperti oscillano tra il catastrofico e l’apocalittico. Purtroppo, anche a voler essere molto ottimisti, bisogna riconoscere che le analisi più nere si basano su dati reali: da una ventina di anni i quotidiani continuano a perdere copie (anche se poi mascherano i dati con svariati trucchetti). Philip Meyer, professore di giornalismo dell’Università della Nord Carolina e uno dei più competenti esperti del ramo, nel libro The Vanishing Newspaper ha fissato al 2043 l’anno in cui sarebbe stata stampata l’ultima copia del New York Times. Gli studenti della Columbia University in un fanta documentario sugli scenari futuri dei media, anticipano la fatale data al 2014.
Qualunque sia l’anno, tutti concordano che l’ultima copia prima o poi arriverà. È dello stesso parere anche Vittorio Sabadin, ex vicedirettore de La Stampa, che in un documentatissimo saggio (dal titolo per l’appunto L'ultima copia del New York Times, Donzelli, pagg. 168, euro 15) analizza il futuro dei giornali di carta. La sua conclusione è la stessa della maggior parte degli altri blasonati esperti interpellati nel libro: niente potrà più tornare come prima. Tim Porter, rinomato consulente di molti quotidiani americani e fondatore del blog FirstDraft, dice: «Se i giornali fossero dei ristoranti avrebbero sulla porta questo cartello: “Entrate, il cibo non è granché ma ne avrete un sacco”. Troppe notizie, focalizzate secondo uno schema vecchio e logoro sulle istituzioni e la politica. Bisogna re-inventarsi o morire».
Rupert Murdoch, detto Lo Squalo (e non c’è bisogno di spiegare il perché), a 75 anni ha le idee molto più chiare di tanti suoi più giovani competitori: «Le società editoriali che sperano che un glorioso passato le protegga dalle forze del cambiamento guidate dall’avanguardia tecnologica falliranno e cadranno. Una nuova generazione di consumatori di media è davanti a noi e chiede di ricevere informazioni quando le vuole, dove le vuole e come le vuole» ha sentenziato il 12 marzo del 2006 in un discorso che è diventato la pietra miliare del dibattito: cambiare o morire. Warren Buffett, meno squalo ma sempre uno degli uomini più ricchi del mondo, spiegava così a un’assemblea degli azionisti perché non aveva alcuna intenzione di comprare un giornale: «È difficile fare soldi con un business che è in permanente declino. Se c’è una novità è che il declino sta accelerando. I lettori dei giornali stanno andando verso il cimitero e i non lettori stanno ancora uscendo dal college».
Era la stampa bellezza. Poi è arrivato il WWW, World Wide Web. Internet, My Space, YouTube, i cellulari, i palmari, i computer Wi-Fi, l’iPod. Quando tutto è online anche le notizie viaggiano veloci e non hanno più bisogno della carta. Invecchiano velocemente e i giornali tradizionali non riescono a stare dietro al flusso. Il Web permette una flessibilità che i giornali stampati non possono avere: link dedicati, possibilità multimediali, non solo foto ma anche video per approfondire un fatto. E poi banche dati enormi, classifiche. Insomma, tutto quello che volete.
Per di più la tecnologia ha ridotto ulteriormente il tempo che la gente dedica alla lettura di un giornale. È stato calcolato che per leggere un intero numero del Washington Post ci vogliono 24 ore. Oggi al massimo si dedica alla lettura di un giornale 20 minuti. Ecco, tra gli altri, uno dei motivi del boom della free press. Il fenomeno dei giornali gratuiti galoppa a ritmi preoccupanti per gli editori tradizionali. Metro, il capostipite svedese, distribuisce in tutto il mondo 9 milioni di copie al giorno. Aggiunte ai 19 milioni degli altri editori di free press, fanno 28 milioni di copie gratuite al giorno lette da quasi 60 milioni di persone. E la pubblicità cresce di conseguenza: tanto per dire a che ritmi, l’introito di Metro dovuto solo ai grandi investitori internazionali (senza quindi i preziosissimi annunci economici locali) è passato da 3,6 milioni di dollari nel 2001 ai 98 milioni del 2006.
Quando la free press ha iniziato a invadere le stazioni della metropolitana, delle Fs, i bar, le università, molti avevano sentenziato: se è gratis vuol dire che non vale nulla, fallimento assicurato. Mai previsione fu più sbagliata. Non solo la free press cresce come numero di copie, ma gli inserzionisti pubblicitari stanno scoprendo una verità che fa tremare le vene dei polsi agli editori tradizionali. «Nei gratuiti la pubblicità ha una maggiore visibilità che negli altri» spiega Carlos Pérez de Rozas, vicedirettore de La Vanguardia, il più importante giornale della Catalogna, che azzarda: «Nel giro di pochi anni tutti i giornali saranno gratuiti». In Spagna, uno dei Paesi dove il fenomeno free press è più vivace, la pensano così in molti e Arsenio Escolar, direttore delle edizioni spagnole di 20 minuti e uno dei pionieri del ramo, ha una tesi provocatoria: «In Spagna non esistono più giornali a pagamento. I giornali vendono altre cose e regalano il quotidiano, stanno in piedi solo grazie all’impressionante quantità di prodotti collaterali (libri, dischi, enciclopedie, bottiglie di vino e persino brioche per colazione) che distribuiscono ogni giorno nelle edicole».
Saranno quindi la tecnologia e la free press a uccidere il New York Times? Forse, ma non solo. Il nemico più temibile, quello veramente imbattibile, sono i giovani. Gli under 35 non leggono i giornali. O meglio, li leggono ma non li comprano. Li leggono online, leggono la free-press. Tutti gli studi effettuati dicono che le nuove generazioni non intendono pagare per essere informate. Sentite questa: lo scorso novembre davanti alla platea della Society of Editors londinese, John Naughton, esperto di media dell’Observer, ha analizzato il fenomeno senza usare giri di parole: «L’età media dei lettori in Gran Bretagna qualche anno fa era di 51 anni e ora è di 54. In ogni altra industria la scoperta che i tuoi potenziali futuri clienti non sono interessati a comprare il tuo prodotto avrebbe come conseguenza un’indagine di mercato per scoprire che cosa non va nel prodotto. Ma nell’industria dei giornali si tende ancora a pensare che c’è qualcosa che non va nel cliente».
Giovani e giornali sono due universi paralleli che non si conoscono. Un ventenne di oggi è cresciuto a pane e Amazon, eBay, Hotmail, Google, Napster, Blogger.com, Wikipedia e iPod. Scaricano musica da iTunes, usano BitTorrent per scaricare film, Skype per parlare con i loro amici gratis e Flickr per scambiarsi foto. Alcuni sanno come usare iMovie o Adobe Premiere per l’editing di video da inviare a YouTube. Non sarà un caso se Hillary Clinton ha scelto il Web per presentare la sua candidatura ufficiale alla presidenza della Casa Bianca e non una tradizionale conferenza stampa. Anche Ségolène Royal usa i siti gestiti dal figlio per raggiungere la popolazione più giovane e per veicolare il suo messaggio: io sono la rottura col passato, io sono la novità, io sono su Internet.
Naughton concludeva così la sua amara analisi: «Osserviamo una redazione media di un giornale inglese. Quanti redattori hanno un account su Flickr o un profilo su MySpace? Quanti hanno visto un video su YouTube? Quanti sanno cos’è BitTorrent? I giovani sono il futuro e sono qui fra noi. Non sono molto interessati a quello che facciamo e non posso biasimarli».
Il vecchio Darwin ci aveva insegnato che è il più forte a sopravvivere. Nel terzo millennio dobbiamo adeguare la legge dell’evoluzione: sarà il più veloce a non soccombere.
Il vecchio Hegel ci aveva insegnato che la lettura del giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno. Ora i nostalgici dovranno prendere atto che la battaglia romantica in difesa del giornale etico, di qualità, eccetera eccetera, verrà inesorabilmente persa. Basti per tutti l’esempio dell’ex direttore del Los Angeles Times, Dean Baquet, il quale rivendicando un ruolo «etico» della stampa si è battuto fino all’ultimo per difendere un’informazione che non fosse dettata solo da criteri commerciali e dai desideri dei suoi «clienti»: «Dare ai lettori quello che vogliono non è sempre il nostro compito. Che cosa dovrei fare se vengo a scoprire che la gente non vuole sentire parlare della guerra in Iraq?». Non avrà più di questi dubbi, perché Rupert Murdoch l’ha licenziato in tronco.
Accanto alla stampa super-popolare e gratuita ci sarà spazio solo per quotidiani di nicchia, specializzati o di altissima qualità. Tutto il resto è destinato a fare la fine del topo. Siamo troppo pessimisti? Speriamo. Ma è di ieri un’ulteriore conferma che la carta dei quotidiani è destinata al macero: il più vecchio giornale del mondo ancora in pubblicazione, il quotidiano svedese Post och Inrikes Tidningar (PoIT, Bollettino di Informazione Nazionale) ha chiuso a fine dicembre la sua versione cartacea. Fondato nel 1645 dalla regina Cristina, oggi esiste solo in formato elettronico (www.poit.org), inaugurato il primo gennaio. Il nuovo redattore capo Roland Hagglund è l’unico giornalista a tempo pieno della redazione. C’era una volta la stampa, bellezza...