Giornalista assassinato, la pista è siriana ma non porta ad Assad

Secondo fonti libanesi dietro l’omicidio manovre sunnite contro il leader alawita. Damasco sperimenta tre missili, ma uno cade in Turchia

Gian Micalessin

dalla Valle della Bekaa

Qualcuno l’aveva già battezzato il congresso del cambiamento. Ma a 24 ore dall’avvio a Damasco del congresso del partito Baath, intenzionato a concretizzare le riforme ispirate dal presidente Bashar Assad e ad attenuare il dissidio con gli Stati Uniti, tutto sembra procedere nella direzione opposta. Venerdì scorso i generali siriani danno il via alla prima sperimentazione missilistica dal 2001 lanciando tre Scud verso Giordania e Turchia. Puntuale come la legge di Murphy un malfunzionamento fa precipitare una delle tre testate in territorio turco, sul territorio di un Paese della Nato. Le disavventure balistiche sono poca cosa rispetto alla coppia di cadaveri ingombranti abbandonati davanti ai cancelli del congresso di Damasco. Il primo è quello di Mohammad Maashuq al Khaznawi, un leader religioso curdo legato ai Fratelli Musulmani scomparso a Damasco il 10 maggio e ritrovato morto a Qamishli, la turbolenta città del Nord-est già teatro nel marzo 2004 di una rivolta curda. Il secondo è quello di Samir Kassim, il giornalista libanese, simbolo dell’opposizione antisiriana, ucciso a Beirut con un ordigno che sembra portare la firma dei servizi segreti di Damasco. «Bashar sembra cercare il suicidio, sarà anche stupido come diciamo noi libanesi dei nostri ex padroni, ma così tanto?». Il nostro uomo oggi se la ride di gusto. Lui la Siria non la ama, ma da due decenni è costretto a frequentarla. È rientrato dall’altra parte del confine poche ore fa e non sembra convinto dalle accuse che campeggiano sulle prime pagine libanesi. «Samir Kassim sarà anche una vittima dei servizi siriani, ma dubito sia una vittima di Bashar Assad e del nostro presidente Emile Lahoud. Il suo assassinio non va inserito nel contesto libanese, ma in quello siriano. Kassim era soprattutto molto vicino a quei dissidenti di sinistra siriani contattati prima del congresso dagli emissari di Bashar. L’eliminazione di un siriano sarebbe stata ignorata, l’uccisione di un libanese con passaporto francese sotto gli occhi della stampa internazionale ha fatto molto più scalpore. Chi l’ha ucciso puntava a impedire le trattative tra il regime e i dissidenti amici di Samir». Il vero colpo basso ai contatti tra opposizione e “riformatori” è, secondo la fonte del Giornale quell’uccisione del curdo al-Khawnazi che una versione ufficiale di Damasco attribuisce a delinquenza comune. L’avvenimento più inatteso dell’ultima “primavera” di Damasco è stato l’incontro non clandestino nella capitale tra i tradizionali dissidenti di sinistra e gli esponenti di quei Fratelli Musulmani banditi da ogni comparsa pubblica sin dai primi anni ’80. Assai vicino ai Fratelli Mussulmani era anche il 46enne sceicco al Khaznawi. Uomo di fede molto popolare per le sue predicazioni sulla compatibilità tra Islam e democrazia lo sceicco aveva rilasciato, prima del rapimento, un’intervista a un quotidiano canadese in cui sosteneva la necessità di un rapido cambio di regime. «Chi l’ha ucciso puntava a impedire la riconciliazione tra gli uomini vicini a Bashar e i Fratelli Musulmani - spiega l’“esperto” - e quindi il blocco di ogni riforma e la cristallizzazione di un regime sempre più instabile». Per l’uomo ritornato da oltre frontiera il congresso di domenica ufficializzerà lo scontro già in corso tra la minoranza alawita al potere dai tempi di Afez Assad e quella sunnita. E il vero nemico numero uno di Bashar sarà ancora una volta Abdul Halim Khaddam che il figlio del leone di Damasco ha sempre cercato di emarginare. «Qui in Libano Bashar aveva fatto fuori negli ultimi anni tutti gli uomini di Khaddam. Ai tempi del padre Khaddam decideva ogni virgola dei giochi libanesi, ma Bashar era persino riuscito a imporgli la presidenza di Emile Lahoud. Forse quel che sta succedendo è la vendetta di Khaddam e dei sunniti sul suolo libanese e l’inizio della fine del potere alawita in Siria».