Il giornalista che non sapeva scrivere

Non fu uno stratega, eppure il suo libro sulla battaglia di Mukden è in uso nella scuole di guerra di tutto il mondo. Il Nostro era stato il solo straniero rimasto in Manciuria a osservare quella fase cruciale della guerra russo-giapponese. I timori per i pericoli, che avevano messo in fuga gli altri, su di lui non ebbero presa. L’istinto formidabile gli suggeriva che lo scontro avrebbe deciso le sorti del conflitto e il senso del dovere lo tratteneva lì per riferire ciò che vedeva. Vestiva panni giapponesi e era ospite dell’esercito del Sol Levante.
Gli attacchi delle due armate durarono venti giorni. La temperatura era costantemente a meno 30. Il Nostro, su un cavallo che battezzò Dispaccio II, percorreva ogni giorno decine di chilometri per raggiungere il primo telegrafo e spedire le informative. Riempì 700 fogli di taccuino, inviando un totale di 14 mila parole, il più lungo dispaccio mai veduto. Fu così che da Mosca a Tokio, dall’Europa alle Americhe, il mondo apprese da lui che la nuova potenza giapponese si affacciava irresistibile e che, per converso, la Russia zarista era al tramonto. Con pochi rimaneggiamenti, finita la guerra, le corrispondenze diventarono il libro che dette all’autore fama internazionale. Tornato in patria, il trentenne non ebbe nessun aumento del suo magro stipendio, ma ottenne montagne di onori. Gabriele D'Annunzio lo celebrò come «pittor di battaglie». Ugo Ojetti, illustre giornalista e onnipotente operatore culturale, gli divenne amico.
Per due decenni, tra il 1905 e i primi anni ’20, qualunque cosa al mondo fosse degna di attenzione, da una guerra a un'impresa sportiva, a una storica cerimonia, doveva essere descritta dal Nostro. Fu soprannominato «l’occhio degli Italiani». Un occhio che però faceva gola anche agli stranieri e perfino agli anglosassoni che pure si consideravano maestri indiscussi. Fu così che il Telegraph di Londra chiese a lui di descrivere il funerale di Edoardo VII. «Non era mai avvenuto, e non avvenne più - scrisse anni dopo un suo omonimo - che un giornale inglese invitasse uno scrittore straniero, continentale, mediterraneo, latino, cattolico, italiano a descrivere per i suoi lettori conservatori e patrioti, una cerimonia sacra così gelosamente e intimamente loro».
Nonostante il successo, il Nostro rimase sempre timido e insicuro. All’esterno pareva trionfante, gran viaggiatore, intimo delle massime celebrità. In realtà era un solitario, tutto preso dal lavoro, che descriveva così la sua vita: «Un’infinità di conoscenze, nessuna amicizia. Si passa attraverso miriadi di persone, ignote ieri, dimenticate domani». Sospettava sempre di essere impari al nome conquistato e temeva continuamente di essere licenziato. Invece, non aveva rivali. Unico italiano ad avere assistito alla rivoluzione messicana, alla rivolta cinese dei Boxer, alle guerre balcaniche. I lettori, che divoravano in pochi minuti la sua prosa liscia e visiva, pensavano facesse tutto, per così dire, con una mano sola. Scrivere era invece per lui una tortura. Per buttare giù poche cartelle, passava a tavolino 24, talvolta 48 ore, senza alzarsi. Beveva un caffè dietro l’altro e fumava centinaia di sigarette, facendo e disfacendo. Quando poi, a cose fatte, consegnava le laboriose paginette pensava invariabilmente: «Questa è la volta che si accorgono quanto sono bestia e come io sia tutto un bluff».
A decretare la sua rovina non furono queste curiose ubbie, ma il fascismo. Come se lo presentisse, al suo avvento nel ’22, emigrò a New York fondando il Corriere d’America (il futuro Progresso italo-americano). Dieci anni dopo tornò per dirigere Il Mattino di Napoli. Fece due campagne di stampa mirabili. Una per liberalizzare l’uso della chiave del portone di casa e diminuire così lo strapotere dei portieri. L’altra per guarnire la città di fiori. Il Mattino, anticipando i gadget così diffusi oggigiorno, distribuì gratis un milione di piantine per i balconi napoletani. Per il giornale fu un trionfo, per il direttore l’inizio della fine. Mussolini, stufo di un uomo che influiva sulla vita cittadina più dello stesso podestà, ne chiese l’allontanamento, poi lo risarcì facendolo senatore del Regno. Il Nostro si adagiò sulla prebenda e si compromise col regime. A 63 anni scrisse delle ampollose corrispondenze sulla guerra di Spagna per il Popolo d’Italia. Con la Repubblica di Salò fu presidente della Stefani, l’Agenzia di stampa ufficiale. Nel dopoguerra fu ostracizzato come fascista.
Morì nell’indigenza. Aveva ingerito, pare per sbaglio, una dose eccessiva di un sonnifero che usava abitualmente. Il Corriere della Sera, di cui era stato la massima firma, ne dette notizia in tre righe. L’allora sindaco comunista di Orvieto, dove era nato, vietò al funerale di passare per il centro cittadino. Le giunte successive hanno, a tutt’oggi, impedito di intestare una via a suo nome.
Chi era?