Giovane e vecchio, un bronzo a due facce

Pittin, 20 anni, non parla mai; Zoeggeler, 36, anche. Però ieri ha
tuonato contro la pista assassina: "Si sapeva da tempo che era
pericolosa: noi atleti non contiamo nulla. Forse ora si sveglieranno"

Whistler Mountains Il ventenne Alessandro e il trentaseienne Armin. Un bronzo e tanta timidezza in comune. Il vecchio, alla quinta medaglia olimpica consecutiva, è ormai abituato alle passerelle di Casa Italia fra presidenti, il giovane fa più fatica, il rettilineo finale per andare a prendersi la medaglia nella combinata nordica è stata una passeggiata, in confronto. Per lui parla e racconta Giuseppe Chenetti, uno di quegli uomini rari e preziosi che l'Italia dello sport non potrà mai ringraziare abbastanza. Beppe da tre stagioni è l'allenatore della squadra di combinata nordica, a Torino nel 2006 e ai Mondiali di Sapporo nel 2007 aveva portato in trionfo i fondisti azzurri, poi li aveva lasciati per mettere su famiglia, e anche lì aveva fatto le cose per bene, tre figlie in tre anni, nel 2008 aveva accettato l'incarico di costruire qualcosa attorno al grande talento friulano, diventato con lui tre volte campione del mondo juniores e ieri primo italiano a vincere una medaglia olimpica nella storia della specialità. Il ruolo di Chenetti in squadra è multiplo: fa l'allenatore, il preparatore atletico, lo skiman e quando serve anche il cuoco. Non è uno scherzo: «Il nostro budget è davvero ridotto, trentamila euro da maggio a dicembre 2009, e per gli allenamenti abbiamo dovuto arrangiarci. Stiamo quasi sempre nella caserma della Polizia a Moena, ma quando per un raduno siamo andati ospiti a casa di uno dei ragazzi, il gardenese Armin Bauer, mi sono dato da fare anche ai fornelli».
Non gli chiediamo il piatto preferito di Pittin, piuttosto qualcosa del suo carattere. «È molto introverso, parla poco, a volte sembra quasi che non ascolti, perché ha persino difficoltà ad annuire con la testa, in realtà però ascolta eccome, e soprattutto fa tutto quello che gli si dice. Ieri in gara è stato perfetto, avevamo fatto ricognizione assieme e ha seguito alla lettera i miei consigli sulla tattica, stando coperto dove doveva e scattando dove gli avevo detto. Fantastico». «È fantastico anche lui» gli fa eco Alessandro, «è un grande allenatore, grazie!». Grazie è stata la parola d'ordine della serata magica del ventenne friulano prima e dopo aver ricevuto l'assegno Coni di cinquantamila euro, chissà l'effetto viste le cifre che girano nel suo piccolo mondo…
Armin invece non ha bisogno di portavoce, dopo i silenzi della vigilia e un esordio del dopo medaglia titubante, «sono davvero emozionato, mi mancano le parole», diventa un fiume in piena. «Vi racconto tutto, dall'inizio. Sono arrivato a Vancouver in perfetta forma e sicuro di me, la prima cosa che ho fatto qui è stata di collegarmi a internet per controllare le previsioni meteo, quando ho visto che caldo e pioggia sarebbero stati i protagonisti della prima settimana ho capito che le cose si mettevano male. Ho però iniziato le prove convinto, non andava male, poi c'è stata la mia caduta, ho affrontato quella discesa con troppa scioltezza. Poi l'altra caduta, quella che ha cambiato la storia di questa gara. Non ho ancora visto nulla al video, lo farò, ma posso solo dire una cosa: non esiste nello slittino che un atleta esca di pista. Il problema è che questa pista è nata male già al computer, c'è stato un errore nel progetto, è pericolosa e troppo veloce, ma questo lo si sapeva da tempo».
Alt, stop, fermati un attimo Armin. Ma come lo si sapeva da tempo? E nessuno ha fatto niente? «Noi siamo atleti, quel che diciamo noi non vale nulla». Possibile? «Abbiamo un rappresentante atleti, il canadese Jeff Christie, forse ora dopo la morte del ragazzo georgiano qualcosa cambierà». Fatalismo, ancora una volta. Ok, andiamo avanti. «Una cosa sicura è che la decisione di abbassare la partenza mi ha svantaggiato, ma d'altra pare era giusto dopo l'incidente cambiare qualcosa. Dopo le due prove extra ho subito capito che le cose si mettevano male, che avevo davvero poche chance di medaglia, a quel punto l'obiettivo è diventato il bronzo perché i tedeschi, fortissimi sul ghiaccio molle e con il caldo, con la partenza in piano diventavano quasi imbattibili. Ora posso solo dire che mi è andata bene perché almeno nell'ultima prova della gara, quella decisiva, la temperatura si è un po' abbassata e io sono stato bravo a non sbagliare, sapendo che anche il russo era andato forte. Dovevo battere lui, ce l'ho fatta, di essere il primo italiano con cinque medaglie olimpiche consecutive me lo dite voi giornalisti, fa piacere, grazie, ma io continuo a pensare solo a fare bene il mio lavoro di atleta, a parlare dei record pensateci voi».
Perfetto, finché esiste uno come lui che ce ne offre la possibilità! Ma fino a quando, Sochi 2014 forse? Armin scoppia a ridere e fa un certo effetto vederlo ridere così, uno serioso come lui. «Ma no, non so, per ora vi assicuro che ci sarò l'anno venturo, poi deciderò per l'anno successivo». Ora che il fiume in piena si è calmato, qualche domanda. Si ricorda Lillehammer quando vinse il suo primo bronzo, ventenne come ieri Pittin? «Una grande emozione perché nessuno se l'aspettava, ma questa è stata quasi uguale, perché dopo la terza manche pensavo che tutto fosse perduto».