Il giovane progressista che morì da reazionario

Mazzini lo chiamò «il Napoleone della libertà italiana» ma lui presto si pentì, cominciò ad avere deliri religiosi e si mise al servizio di Trono e Altare

Allevato nella Parigi napoleonica, in cui era approdato per vicissitudini familiari, il Nostro crebbe intriso dei due grandi paroloni, Libertà e Eguaglianza. Ma la sua intima visione del mondo poggiava sui pilastri opposti: Dio e Ordine. Di qui, un groviglio interiore che ne fece un infelice per tutta la vita.
Rientrato in Patria, volle per prima cosa ri-italianizzarsi e girò la Penisola. Scelse un itinerario lievemente funereo, conforme al suo temperamento malinconico. Visitò le tombe di Dante, Machiavelli e Michelangelo. Non trascurò però palazzi, statue, opere d’arte e tirò le somme: «Sono superbo di essere italiano». Poi, cercò l’equilibrio nel matrimonio. A 19 anni era già sposato con una graziosa fiorentina che gli restò fedelissima nonostante le sue innumerevoli scappatelle. Subito ebbero un figlio. Ma nozze e paternità non gli evitarono le compagnie compromettenti. Piena la testa dei fumi francesi, si buttò in politica tra le schiere liberali e carbonare. Giuseppe Mazzini, occhio lungo, lo notò subito e prese carta e penna per accattivarselo. «Sii il Napoleone della libertà italiana», gli scrisse retoricamente e, con tono di profeta, gli consigliò di realizzare il proprio destino «sulla punta della spada». Il giovanotto però non gli rispose.
Fu un atto di saggezza. Al contrario dei tanti che irretiti dal Genovese finirono uccisi, il Nostro morì almeno nel suo letto. Quando l’ondivago poeta Vincenzo Monti, anche lui incapricciato del giovane che veniva dalla Francia, lo definì «Sole che si è levato sul nostro orizzonte», fece egualmente orecchio di mercante: era il tipo che preferiva sbagliare da sé, piuttosto che farsi tirare la giacchetta dai Pigmalioni di turno. Le lusinghe però lasciavano traccia sulla sua incerta personalità, alimentando il conflitto tra la sua anima progressista e quella conservatrice.
La prima ebbe per un po’ il sopravvento. Così, si legò agli esagitati che aspiravano al risorgimento dell’Italia. Sentimento ancora vago, ma che generava società segrete, attentati e inquietudine permanente. Il Nostro finì per farne una grossa. Lo zio Felice, che era anche il suo tutore, lo cacciò di casa ingiungendogli di non farsi più vedere. Si rifugiò allora con la famiglia a Firenze dove accadde il fattaccio: il figlioletto per poco non bruciò nell’incendio del suo letto per una disattenzione della nutrice che poi, povera donna, morì per le piaghe del rogo. Il Nostro interpretò l’episodio come un ammonimento divino e cambiò vita. Andò a Canossa dallo zio e gli chiese di metterlo alla prova. Fu inviato a Cadice con le truppe della Santa Alleanza per restaurare il trono di Ferdinando VII rovesciato dai democratici spagnoli. Nella battaglia del Trocadero si distinse per coraggio e ferocia contro gli insorti, diventando di colpo uno dei campioni del legittimismo europeo. E questa, squisitamente reazionaria, era la sua vera pelle.
In seguito alla metamorfosi, il Nostro cominciò a avere deliri religiosi e a sentirsi investito di un disegno divino: annichilire i cospiratori nemici dei troni. «È fuori di dubbio - scrisse - che il Signore ha gettato sull’Europa uno spirito di vertigine e di tenebre, e riserva la fine di tanti mali a qualche opera miracolosa ch’Egli prepara per punire gli uomini e far risplendere tutta la Sua potenza». Ottenuti i pieni poteri, si gettò come invasato nella repressione. I primi a farne le spese furono proprio i mazziniani della Giovane Italia, secondo lui la setta «più malvagia e sanguinaria». Ci furono 15 condanne a morte, due suicidi in carcere, 37 ergastoli e 200 esiliati. Ebbe mano più leggera solo coi «militari delatori che hanno collaborato coi giudici», ma ordinò di «eseguire le altre sentenze, soprattutto quelle a carico dei borghesi». Come in ogni dittatura, a pagare erano i puri e gli idealisti.
La sbornia del castigamatti gli passò dopo qualche tempo. Sospese i processi ancora in corso, liberò qualche prigioniero, abolì la tortura della ruota, cancellò il rito infamante di bruciare il cadavere del condannato. Ma era ormai circondato da pessima fama anche tra i moderati. Figurarsi tra carbonari e radicali. I congiurati di mezza Europa volevano fargli la pelle. Furono inviati sicari per ucciderlo, ma senza successo. Mazzini, che voleva vendicarsi, mandò una truppa comandata dal generale Gerolamo Ramorino, un napoleonide, a invadergli le terre. Era anche questa brutta gente, in verità. Giunti in una caserma dei Carabinieri, presero un milite, tale Scapaccino e gli ingiunsero di gridare «viva la repubblica». Quello, che aveva giurato fedeltà alla monarchia, disse invece: «Io non conosco altri che il mio re» e subito fu steso a terra morto con una fucilata.
Dopo questi fatti, il Nostro restò a galla ancora 16 anni, facendo un errore dietro l’altro. Finché iniziò a pensare alla vita eterna con gioia. «Oh, sì! Saremo sempre, allora al cospetto di Dio, non vi saranno più calunnie, intrighi e delitti. Tutto sarà bello, tutto sarà buono». Sentì nostalgia dell’Atlantico che aveva visto nei giorni eroici di Cadice e tornò sulle rive dell’Oceano per morirvi cinquantunenne.
Chi era?