Giovani, carine e sole. Elogio (ironico) della vita da single

L'essere non-sposate è ormai uno stile di vita da rivendicare e imparare. Coi suoi vantaggi

Dicono: da sole è meglio. Dicono: gli uomini non ci servono. Sposate, non sposate: non è questo che ci definisca. E comunque, alla fine: meglio single; piuttosto «zitelle», perché l'ironia, quella sì, serve. Secondo Kate Bolick fin da bambine ci si trova davanti a due domande: «Chi sposerò, e quando?». Se lo chiedeva anche lei, da piccola? «Sì e no - spiega -. Non erano domande che mi opprimessero; i miei genitori non esercitavano alcuna pressione. Però ho supposto che avrei dovuto rispondere a quelle domande, per riuscire a vivere una vita adulta». Ecco perché Kate Bolick, che insegna alla New York University e scrive per il New York Times, Elle, Vogue, e che qualche anno fa su The Atlantic lasciò tutti stupefatti raccontando di avere mollato il fidanzato perfetto perché preferiva vivere da sola, ha scritto Zitelle, che in America è stato un caso e ora è pubblicato in Italia da Sonzogno. Zitelle è un titolo ironico: «È una parola che racchiude secoli di atteggiamenti molto diversi nei confronti delle donne single». Dall'Europa medievale, quando la spinster era tecnicamente la filatrice, cioè «l'unico impiego rispettabile fuori di casa per una donna: e siccome le uniche donne che potessero lavorare fuori casa erano quelle senza figli, queste filatrici, le spinster, erano invariabilmente donne giovani, non sposate». Poi, attraversato l'oceano, «nell'America del 1600 il termine comincia ad avere una connotazione negativa». Voilà, zitella diventa un marchio.

Perciò oggi definirsi «zitella» è una specie di provocazione, per dire: sto bene da sola. Anche se bisogna imparare a stare da soli, come spiega la stessa Bolick: «Mi ci è voluto un po' per imparare a vivere da sola felicemente e, anche a quel punto, ho sperimentato periodi di grande ansia». Essere single è un'arte di vivere, come ci hanno raccontato per anni le protagoniste di Sex and the City: ora pronte, pare, a tornare, non si sa ancora se in un'altra stagione della serie tv o in un nuovo film, come ha detto pochi giorni fa Sarah Jessica Parker. È uno «stato esistenziale» da imparare, come racconta il film How to be single (in italiano Single ma non troppo, ma letteralmente «come essere single») di Christian Ditter, con protagonista Dakota Johnson, una ragazza che molla il fidanzato e si trasferisce a New York dove, con altre ragazze, imparerà a vivere (più o meno) da sola. È quello che è capitato a Kate Bolick, e a un'altra giornalista americana, Rebecca Traister (scrive per il New York Magazine, Elle, The New Republic), già autrice di un libro di successo sulle donne e l'elezione di Obama nel 2008 e che ora ha scritto All the single ladies, titolo preso in prestito da una canzone di Beyoncé. È a New York, la città della singletudine, che si impara a (o si subisce il) vivere da sole: racconta la Traister nel suo libro, che esce domani per Fandango, che nei primi anni a Brooklyn provava «un rabbioso rancore verso Sex and the City», innanzitutto perché la sua vita non somigliava affatto a quella di Carrie e delle sue amiche, ma anche perché sospettava che «non si trattasse esattamente di un complimento». Fu la critica televisiva Emily Nussbaum ad aprirle gli occhi: «Meglio che la vita di una persona sia considerata pericolosa ma glamour che triste e solitaria». Così, quelle donne «capricciose, rabbiose, bizzarre, insicure e, insomma, non-adorabili in mille modi diversi» che sono le protagoniste della serie tv sono diventate anche, per Traister, un simbolo di New York. E della tesi del suo voluminoso e documentatissimo libro, secondo cui attraverso il lavoro, l'impegno e la cultura le donne single hanno fatto la storia di quella «nazione indipendente» che è l'America.

Ora, è vero che oggi, come spiega la Bolick, «ci sono più single che mai», ma «ci è voluto un po' perché la cultura si adeguasse a questo mutamento demografico, e così siamo ancora bombardati di messaggi sull'amore romantico e sul fatto che il matrimonio sia tutto». Invece no. Scrive la Traister: «Odiavo quando le mie eroine si sposavano» perché, da Jo March a Jane Eyre, «queste irrequiete, brillanti ragazze venivano domate, sottomesse, costrette alla dimensione domestica». Ma essere da sole è l'unico modo per costruirsi una vita vera? Kate Bolick risponde di sì: «Quando fai parte di una coppia, la tua vita non è interamente tua, il che è parte del piacere di essere in una relazione. Io credo sicuramente in uno stato mentale da zitella, in cui una donna può vivere in coppia ma anche avere cara la sua indipendenza. Però, di solito, per raggiungere questo stato mentale una donna deve avere vissuto da sola almeno per un po'». Ma che cosa c'è di tanto gradevole nel vivere da sole? «Molte cose - assicura Bolick -. Il tempo è il tuo, i soldi i tuoi, gli amici i tuoi. Prendi tu le tue decisioni. Non devi avere a che fare coi suoceri. Puoi seguire i tuoi interessi. Imparare a contare su te stessa è essenziale per costruirti un'identità forte, anche se, anzi soprattutto se ti ritroverai di nuovo in coppia». A proposito, ora Bolick è fidanzata, e la Traister è sposata. Vedremo che cosa combinerà Carrie Bradshaw.