GIOVANNI ARPINO Il cacciatore di storie tra il fiele e il miele

Appassionato, visionario, ribelle e sfuggente. Uno dei pochi autori che prende di petto la realtà

Fra il 1958 e il ’61, Giovanni Arpino e Italo Calvino condivisero la stessa stanza all’Einaudi, come addetti alle pubbliche relazioni; e intanto esordivano nella collana dei Gettoni, con cui Vittorini teneva a battesimo i migliori talenti della nuova generazione (Cassola, Fenoglio, Testori, Tonino Guerra, la stessa Ortese). Mai due giovani scrittori furono più antitetici: quello appassionato, infebbrato e visionario, visceralmente autobiografico, di Sei stato felice, Giovanni; e l’altro, già algido, illuminista e misurato esploratore del Sentiero dei nidi di ragno... «Abbiamo lavorato insieme per vari anni - raccontò Arpino nell’85 commemorando con dolente autoironia la morte di Calvino - convivendo come certi animali all’apparenza inaccoppiabili: un uccello e un rinoceronte, ad esempio, oppure un coccodrillo e una tartaruga, oppure un cavallo e una capra...».
Insomma, le due facce di una stessa medaglia generazionale - quando davvero si aveva voglia di ricominciare da capo, orecchiando, sì, i grandi e già celebri nomi degli americani più vitalisti (Hemingway&soci), o degli stessi esistenzialisti cugini francesi (Sartre, Camus), ma con un taglio nuovo, che accelerasse più sulla fervida corda civile e meno sul drammatico spartito dell’assurdo. Una generazione, diciamolo, che si differenziava dalle precedenti proprio per la sua capacità di emanciparsi da ogni vincolo o eredità dei padri: «Il ritmo rapidissimo degli anni in cui si sono trovati a vivere la loro giovinezza - rilevava Vittorini presentando Arpino nel lontano e fatidico ’52 - li hanno allenati ad essere disinvolti... È questa disinvoltura che permette ad Arpino di trattare in modo unitario una materia composita, ora d’origine semplicemente visiva (pittoresca, occasionale, avventurosa) e ora veramente sofferta... ambientando la sua narrazione in una Genova sbrindellata dove il figliol prodigo del dopoguerra è solo con i propri simili e affini, tutti usciti dal caos, tutti tagliati fuori da ogni forma di storia». Ed ecco la sentenza, psicologica quanto epocale: «Arpino sembra non aver radici in altro che nella propria generazione».
Due versanti diversi, complementari e perfino simbiotici del cruciale passaggio dalle illusioni e dall’impegno degli anni ’50, al consumismo un po’ scettico, un po’ borioso che l’Italia visse e recitò negli anni ’60 (come accadeva ai prototipi beceri e scanzonati dei film di Risi). Ma quelli di Arpino e Calvino erano romanzi; e i loro protagonisti, metafore inquietanti e in fieri di quei problemi, di quelle soluzioni: «Una nuvola d’ira è un libro importante perché parla di qualcosa che non sappiamo bene come definire», lo stesso Calvino che ce lo conferma, in una lettera del ’62, «cioè l’atteggiamento da tenere nella civiltà della produzione industriale e del consumo di massa...».
Quest’ottimo e necessario «Meridiano» di Arpino che vede ora la luce (Mondadori, pagg. CVIII+1.908, euro 49), ancor meglio ci corrobora il sentimento di quegli anni, prima ancora che gli esiti felici di quei primi suoi libri entusiasti d’inquietudine. «Per “ritrovarsi” negli sguardi altrui, e nei suoi lettori, Arpino si condanna a essere lui stesso una moltitudine - testimonia Rolando Damiani, attento e calibrato curatore - a diventare il funambolo di una “letteratura confusa”, come disse severamente Citati recensendo L’ombra delle colline, che procede a sbalzi, a virate, o secondo un andamento frastagliato di picchi e di cadute». Mai però rinnegando «una fedeltà a se stesso, ribelle e sfuggente, giocoliere del proprio destino e generoso verso la vita».
Giovanni Arpino fu e sempre amò essere un vero, sanguigno e fertile «cacciatore di storie»: rispetto a Calvino, dunque (presto impegnato nei protagonisti altamente simbolici, astratti e categorici de I nostri antenati) molto più urgente e umorale, concreto e fenomenico. «Scrivere romanzi, per me, significa portar testimonianza poetica del mondo in cui viviamo - confessa nell’83 -. Significa prendere di petto la realtà e spremerne i succhi nascosti, segreti, misteriosi, esemplari».
In questo modo inanellò, a partire dagli anni ’60, titoli e romanzi di successo, certo, ma comunque ispirati, romantici e riottosi insieme: Un delitto d’onore, Una nuvola d’ira, L’ombra delle colline (Premio Strega nel ’64, e che Luigi Baldacci leggeva intriso di «un inconsueto e rinnovato accento pavesiano: quasi di un Pavese che sia sopravvissuto alle proprie speranze e finisca per appagarsi in una fiducia quotidiana, cioè nell’unica misura di stoicismo che oggi sia consentita»). In pieno e sintomatico ’68, fra deriva neoavanguardistica e protesta giovanile, Spagnoletti elogiava in Arpino (fresco autore de Il buio e il miele) «la lingua secca, funzionale, dietro il cui esile spessore brulica una visione inquieta della vita, un groviglio psicologico che giunge allo scoppio definitivo, al dramma, dopo aver raggiunto la massima evidenza, ed ha perciò per i personaggi il valore di una catarsi o almeno di un insegnamento».
Come spesso accade in arte, i migliori pregi di Arpino, narratore spontaneo, infiammato, finirono ben presto per rivoltarglisi contro, e mutare in difetti, nei fragili compiacimenti appunto dell’immediatezza, della velocità espressiva, di un aggrovigliato o dipanato grottesco - talvolta - fine a se stesso; nell’inesausta pretesa di mimare con la deriva dei protagonisti, la metaforica, fantasmatica follia del mondo contemporaneo: «Rise maledì scolò il fondo dell’amaro, tutt’insieme» recita Il fratello italiano.
Era partito bene, questo figliol prodigo del dopoguerra: giovane poeta narratore caro alla Ginzburg, a Pasolini e Fortini (Barbaresco, Il prezzo dell’oro). Augusto Monti, il vecchio maestro di Pavese, elogiò Gli anni del giudizio proprio per l’immedesimazione nella mentalità e vita operaia. Quanto a Montale, aveva recensito come «riuscita felicissima» La suora giovane, libro di un vero «narratore lirico»: «Un idillio ricavato dal legno della più cruda e naturalistica “fetta di vita”: tutto vi è definito con estrema precisione, eppure quasi tutto ha il rigore di una sapiente pittura astratta».
Si parla di una seconda fase, e forse anche di una terza. C’è in effetti una serie di romanzi, a cavallo degli anni ’70, più grotteschi e incandescenti, deformati fin quasi al barocco di una mostruosità in atto tutta epocale, da palude della modernità: Il buio e il miele, Randagio è l’eroe, Domingo il favoloso, Il fratello italiano, Passo d’addio... Personaggi reboanti e catastrofici, allucinati e apocalittici, che ricordano certe indimenticabili figure di Volponi. Il capitano Fausto G., il pittore Giuan, «Gramaglia Giacomo, nominato Domingo. Perché nato di Domenica», Carlo Botero, Giovanni Bertola... Anime in pena ma insieme goduriose, avventuriere, anarchiche fino allo struggimento, al purgatorio del sublime: «a lungo aveva atteso, la schiava memoria, per ribellarsi e sostituire alla prigionia razionale impostale da Bertola un turbine di schegge libere di ferire, illudere, svanire».
Esattamente come faceva lui, che negli ultimi anni, in nome della Letteratura maiuscola, scriveva di calcio, e vergava epitaffi al fulmicotone contro le banalità dell’establishment, le forbite ed egocentriche fisime dei letterati, ivi compresi gli stimatissimi amici: «Qui riposa appagato/ solo perché citato/ da Citati/ ITALO CALVINO/ dimezzato/ tra due culture./ Non ebbe le avventure/ di Guerino il meschino/ ma - sì e no - le strutture».