Giovanni Orsina: "La mia versione infastidisce la sinistra"

Intervista a Giovanni Orsina, professore alla Luiss-Guido Carli di Roma, autore di
numerosi saggi storici e membro del comitato di redazione della rivista
<em>Ricerche di storia politica</em> edita da il Mulino

Basta un granello di ideologia per bloccare le macchine di una delle case editrici più produttive del nostro Paese. O almeno è quello che si evince dal Corriere della sera di ieri, che riportava dell’incredibile attesa di Giovanni Orsina - professore alla Luiss-Guido Carli di Roma, autore di numerosi saggi storici e membro del comitato di redazione della rivista Ricerche di storia politica edita da il Mulino - per avere una risposta, proprio da parte del Mulino, circa la pubblicazione del suo libro L’alternativa liberale. Malagodi e l’opposizione al centrosinistra. Dopo due anni di vana attesa, il libro uscirà nei prossimi giorni per Marsilio (pagg. 224, euro 22).
Professore, di che cosa parla il libro?
"È una ricostruzione storiografica, in parte di natura interpretativa, del periodo di crisi del centrismo italiano e dell’avvento del centrosinistra. Cioè di quel segmento storico che va dal 1953, anno del fallimento della cosiddetta "legge truffa", una legge elettorale maggioritaria che tutto fece fuorché rafforzare la maggioranza, fino agli inizi degli anni Sessanta. In questo decennio si tentò in tutti i modi di fare una transizione da un governo composto da Dc, socialdemocratici, repubblicani e liberali, verso un governo composto da Dc, socialdemocratici, repubblicani e socialisti".
Cioè si volle emarginare i liberali a favore dei socialisti, allora vicini al Partito comunista.
"Esatto. Nonostante la rottura con i comunisti nel 1956, a seguito dell’invasione sovietica dell’Ungheria, i socialisti restarono alleati con il Pc nelle amministrazioni locali e nel sindacato e rimanevano marxisti. Non dimentichiamo che quelli erano anni particolarmente tormentati della Guerra Fredda, con il Muro di Berlino e la crisi missilistica con Cuba".
E qui entra in gioco Giovanni Malagodi, protagonista del suo saggio.
"Era un uomo dell’Occidente in maniera quintessenziale. Molto colto, di origine ebraica, banchiere di professione, ma spesso, dal 1947, impegnato a lavorare per conto dell’Italia ai primi passi dell’integrazione europea. Liberale, moderato, credeva che la libertà umana fosse lo strumento principe del progresso, ma appunto per questo che andasse tutelata. Tradotto, non era un fan del dialogo, nemmeno indiretto, con i comunisti. Il suo errore fu quello tipico di tutti i liberali: pensava che i tempi di realizzazione del suo progetto di un’alleanza centrista "occidentale" sarebbero stati più brevi".
Invece, persino la Dc era spaccata.
"La Dc era in uno psicodramma permanente. Aldo Moro, che voleva far ingoiare il centrosinistra al Paese, contro buona parte dei suoi stessi parlamentari e del suo elettorato, usò l’italianissima retorica della necessità. Disse all’intera Dc e ai vescovi: non abbiamo altra scelta. L’unico a vedere un’alternativa era Malagodi. Ma la situazione era molto ingarbugliata. In confronto ai tatticismi di allora, infatti, quelli di oggi sono giochi da bambini. Le partite a scacchi in politica di quegli anni si svolgevano non contro un solo avversario, ma contro trenta".
Tuttavia Malagodi perse.
"Sì. Gli diede ragione, tardivamente, La Malfa nel 1969, quando ammise di aver sbagliato a sostenere il centrosinistra. Tutta questa storia è stata raccontata fino a oggi dal punto di vista dei vincitori. L’elemento nuovo del mio libro è che cerco di raccontare tutta questa vicenda da un punto di vista inedito: quello di un perdente".
E perché il Mulino non ha voluto ripubblicare la sua "versione dei vinti"?
"Mi sembra strano, come ha sostenuto Ugo Berti (il responsabile delle collane storiche del Mulino, ndr) sul Corriere, che si siano dimenticati di rispondermi. La vita del libro ne ha subito un contraccolpo fino a quando Marsilio, in due settimane, non l’ha letto e accettato. Forse al Mulino hanno pensato che il mio orientamento interpretativo non andasse bene. C’è ancora uno scontro sulla memoria della Prima Repubblica che tende a non tener presente il punto di vista moderato e può darsi che il modello prodiano del Mulino degli ultimi anni, un modello cattolico-progressista, non abbia accolto di buon grado un libro che ha per protagonista uno come Malagodi, il quale pensava che i cattolici avessero fatto male ad allearsi con i socialisti".
Ma allora anche Marsilio avrebbe dovuto rinunciarvi: storicamente è stata piuttosto vicina ai socialisti pure lei.
"Mettiamola così: Malagodi rappresenta una cultura che dal Mulino non è assente, ma che gradualmente è stata marginalizzata. Alla Marsilio devono aver semplicemente pensato: sono fatti di cinquant’anni fa. Se ne può parlare con tranquillità".