Giro, rispunta Basso L'addio di Cunego 

Sulla prima vera salita la corsa di Armstrong è già finita. La sfida sarà tra un russo, un americano e il solito spagnolo. Basso è l'unico italiano che può lottare fino a Roma. <strong><a href="/a.pic1?ID=350997">Di Luca in rosa</a></strong>

Alpe di Siusi - Caro diario, dobbiamo già riempire una pagina di saluti. Prima di tutto un addio al Giro d'Italia degli italiani: dopo tanto polemizzare contro il provincialismo delle ultime edizioni, dopo aver preteso una massiccia presenza di stranieri sulle nostre strade, gli stranieri sono arrivati e adesso ci stanno già sfilando da sotto il sedere la corsa più gloriosa, quella dei cent'anni. È pur vero che dopo la prima salita decente, peraltro al termine di una tappetta di 120 chilometri, la maglia rosa sta sulle spalle di un italiano, tra l'altro abruzzese, cioè Danilo Di Luca: ma proprio questa prima salita dichiara ufficialmente conclusa l'epopea dei giri all'amatriciana, dei giri cosa nostra, spalancando i confini alle invasioni barbariche degli invasori. Già l'anno scorso vinse Contador, ma in fondo sembrò ancora l'unico gallo in un pollaio tricolore. Stavolta è diverso: guardando avanti, da qui a Roma, vediamo un solo gallo nostro, Ivan Basso, in un grande pollaio multietnico e multilinguistico.

A dire tutto questo è una salita neanche tanto famigerata, pensa te. Eppure basta per esprimere un verdetto molto chiaro: vince la tappa il russo Menchov, va fortissimo l'americano Leipheimer, va molto bene lo spagnolo Sastre. Allora, subito un saluto anche a loro. È un sincero benvenuto. E pazienza se tutti e tre hanno in canna il colpo che potrebbe ammazzare il Giro, cioè la megacronometro (60 chilometri) delle Cinque Terre, alla tappa numero 12. Se non vogliamo essere provinciali, se vogliamo dimenticare i campionati nazionali a tappe di certe edizioni, dobbiamo salutare anche la possibilità di un trionfo forestiero come un'eventualità decorosa.

L'anno scorso vinse Contador, e non è che fu un dramma nazionale.
Caro diario: onorati i doveri di ospitalità, lasciami però passare subito al saluto che più ci allieta. È un bentornato, caloroso e commovente, per un connazionale che avevamo dato per disperso, e che invece improvvisamente si ripresenta al Giro per salvare le nostre speranze. Sì, bentornato a Basso. La tappa dell'Alpe è praticamente un suo monologo: che poi lo battano in volata, sta nell'ordine naturale delle cose. Il problema vero, se mai, è constatare sul campo l'avvilente previsione della vigilia: per quanto Basso possa pedalare forte in salita, questo Giro non gli offre sufficiente salita per pedalare forte. Basso è un superfondista, ha bisogno di tappe lunghissime e di alte altitudini: ha bisogno cioè di tutto quello che manca al Giro del Centenario, cioè tapponi lunghissimi e alte cime sopra i duemila. Ecco perché gli va eretto un monumento per essersi subito confermato l'ultimo italiano, l'Enrico Toti del Giro, capace di opporsi agli invasori.

Ma è già chiaro da adesso che non conviene farci troppe illusioni: il percorso, con tutta quella cronometro, favorisce loro, non lui. E se alla fine li batte, di monumenti ne merita due. Adesso lo vorrebbero subito mettere in croce per non avere staccato tutti all'Alpe di Siusi, ma è una carognata che personalmente mi voglio risparmiare: per certe imprese servono certe condizioni, non una tappa di 120 chilometri.

Un flash come questo, se mai, serve solo a chiarire chi deve scordarsi subito il Giro. Incredibile a dirsi, l'elenco è già lunghissimo. Devo riprendere con i saluti: addio prima di tutto a Lance Armstrong. Tre minuti gli pesano addosso come un'eternità. Il suo profilo goffo e sgangherato suscita profonda tenerezza, ma certifica anche tutta la limitatezza dei suoi mezzi senili. A lui può andare solo un applauso di compassione, sentimento sempre nobile, se dettato dalla sincera pietà umana. Compassione meno nobile, senza pietà umana, va invece a quelli che l'avevano dipinto come un Nembo Kid solo per quattro pedalate in testa al gruppo, nelle prime tappe di pianura. Il saluto, per questi espertissimi, è un mavaffa sincerissimo e definitivo.

Caro diario, la parte più triste in coda. Devo dire ciao a un beniamino di casa: Damiano Cunego. Prima salita, subito distacco pesante. In perfetta continuità con l'ultimo Tour. Spiace, ma le corse a tappe non sono più affare suo. È meglio se fa un saluto anche lui.