Giulietta e Romeo secondo Bellini, la melodia esalta due cantanti perfette

GenovaChe cos’è una festa dell’opera? Un incontro di gente che ci crede fermamente, lontano dalla grevità quotidiana. Si deliba e si delira. Al Teatro Carlo Felice di Genova si sono ricordati d’una realtà trascurata spesso, ma decisiva, l’importanza dei cantanti, e nell’opera inaugurale hanno chiamato Mariella Devia e Sonia Ganassi a interpretare Giulietta e Romeo ne I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini. Trionfo.
Quest’opera ha una qualità sola, ma grande, la bellezza del canto dipanato in una melodia soave, che può esprimere la giovinezza, il dolore, il destino, se le protagoniste (anche Romeo è una voce femminile) sanno denudare la loro voce suscitando passioni e consolazioni. Mariella & Sonia, tecnicamente impeccabili, l’una col timbro incline a una soave malinconia e l’altra con un colore di desolata speranza, hanno sciorinato arie e duetti come le Grandi dei tempi favolosi. Sono state sostenute con saggia freschezza dal direttore Donato Renzetti, e hanno avuto compagni degni in Dario Schmunck e soprattutto nell’autorevole Deyan Vatchov e nel sempre eccellente Nicola Ulivieri.
Scritta nel 1830 da un Bellini assai giovane, ignaro di Shakespeare, I Capuleti e i Montecchi vive soltanto di gesti e di sospiri, in contrasto con le minacce, gli intrighi, le durezze militari. La regìa già nota di Robert Carsen, con le pareti rosse componibili, pochissimi oggetti, e gesti sobriamente pertinenti, ce l’ha raccontata in punta di pennello, provvidamente.
Ma anche non lontano si è goduto, nel teatro più modesto ma specializzato in cantanti, pescati anche sul nascere, a Savona. La clemenza di Tito, storia d’un ragazzo costretto a diventare imperatore e tradito da tutti che impone la sua superiorità nel perdono, «gesto e grido estremo dell’estremo Mozart rappresi come i calchi delle salme pompeiane imprigionate nella colata lavica» secondo Giovanni Carli Ballola, è un’opera stupenda se la si vive e capisce, e per far questo bisogna che sia offerta nella temperie giusta. Qui, nella professionale messinscena di Panizza, la classe coerente dell’ispirato Ezio Zefferi, l’aggressiva padronanza teatrale di Sara Galli, la stupenda, intelligente, generosità vocale di Annarita Gemmabella, con Raffaella Ambrosino e Massimiliano Viapiano, l’hanno comunicata ottenendo grande successo. Se Barbara Bargnesi canterà sempre come ha sospirato qui, apparterrà anche lei, come l’imperatore Tito, alla categoria delle delizie del genere umano. Vorrei parlare male del direttore Maurizio Zanini, per farlo diventare un po’ cattivo, dato che è la sola dote che gli manca, in tanto aristocratico e affettuoso nitore, ma come si fa?