Giuseppe Chang Ta-Pong

Nato nel 1754, cinese e buddhista, a un certo punto preferì il taoismo e verso i quarant’anni divenne socio di un mercante di seta, Wang, che aveva un figlio studente a Pechino. Il ragazzo, finiti gli studi, tornò battezzato cattolico col nome di Saverio e si diede da fare per convertire tutti, familiari e amici. Compreso Chang, il quale assunse il nome di Giuseppe. Aveva ripudiato la prima moglie perché sterile e ne aveva un’altra. La nuova fede lo indusse a separarsi da quest’ultima e a fornirle una dote. La donna si risposò. Ma lo zio di Saverio denunciò tutti e Wang dovette sborsare parecchio per tacitare il magistrato. Chang preferì allontanarsi e mettersi in proprio come cambiavalute. L’accusatore tornò alla carica e fece arrestare diversi cristiani, compreso il figlio di Chang, Antonio, che non sopravvisse all’esilio. Chang, clandestinamente, faceva catechismo, assisteva i poveri e i malati, seppelliva i morti. Ma nel 1814 venne tradito da suo cognato che ne rivelò il nascondiglio alle autorità. Ben quattro tribunali cercarono di convincerlo ad abbandonare il cristianesimo ma egli rifiutò e non permise che i suoi parenti cercassero il denaro necessario a corrompere i giudici. Nel 1814 il governatore della provincia emise un decreto di condanna a morte per Giuseppe Chang, decreto confermato, secondo la legge, l’anno dopo dall’imperatore. Secondo l’usanza cinese di quel tempo, i suoi parenti vollero organizzargli un banchetto d’addio ma egli si oppose anche a questo. Portato al luogo dell’esecuzione, venne legato a una croce e strangolato con un laccio.