Giuseppe Cominetti, divisionista incandescente

Soggetti di vita quotidiana, uomini al lavoro, ritratti, paesaggi, natura viva o morta, danze, trincee. Tutto, sulla tela o sulla carta, diventa fantasma di luce, figura che si consuma e prende forma solo guardandola da una certa distanza. I toni rossastri del tramonto, i contorni indefiniti, il movimento di esseri umani, vegetali e animali, la carezza della luce è l’essenza della pittura di Giuseppe Cominetti (1882-1930), è la sua visione del mondo esterno a cui toglie la scorza per guardare dentro, come si fa con un frutto maturo per arrivare alla polpa.
Ottanta dipinti (realizzati tra il 1905 e il 1930), cinquanta disegni di guerra, quando lui si arruolò volontario in cavalleria e fu corrispondente (una sorta di fotoreporter), e bozzetti teatrali di scene e costumi in cui il colore trionfa acceso e piatto, opera di un visionario. Questo è il percorso offerto dalla mostra «Visioni di luce. Il Divisionismo di Giuseppe Cominetti», al Museo dei Campionissimi di Novi Ligure fino al prossimo 15 aprile (primo allestimento dopo vent’nni dei lavori più importanti dell’artista di Salasco Vercellese).
Gli sguardi dei suoi ritratti sono mobili, fissano, seguono chi osserva, pur essendo, gli occhi ombre (bellissimo il Ritratto di Gian Maria del 1906). Ne I conquistatori del sole dell’anno successivo, le figure umane sembrano fatte di brace, incandescenti. La luce per il pittore piemontese è calda anche quando è notturna, come in Romanza dove un gatto nero e uno bianco sono in amore sotto la luna piena. Anche nelle tonalità del bianco e nel pallore del mondo senza sole, Cominetti mischia il colore della terra.
La danza diventa fiumana, diventa grano mosso dal vento con le Ballerine a Montmartre e La grande farandole. Le ragazze che si esibiscono nel Can Can invece, sembrano fatte di stelle filanti e nastri chiari e hanno le tinte dell’alba come Venere (1913), corpo di donna spinto verso l’alto dalle onde.
Le sue pennellate sanno essere vento e luce (Girotondo e Venezia, entrambi del 1913) oppure fuoco come in Tango, dove i corpi avvinghiati sono come fiamme sottili, sinuose. Il mare, la roccia, il volo, ne Les falaises e ses mouettes sono una fusione di elementi, acqua, terra e aria insieme. Sembra di sentire il respiro dell’onda contro gli scogli, il battito delle ali di uno stormo intero.
È forte la presenza degli animali nell’opera di Giuseppe Cominetti: volpi e corvi che parlano e scene meno fiabesche che appartengono agli anni della prima guerra mondiale. Carboncini su carta, drammatici, bellissimi. Disumani grovigli, volti di morte, occhi vuoti e cavalli morenti, feriti, in fuga, buoi mitragliati. Le forme della morte tra scoppi di granata, assalti sotto i gas, reticolati e macerie. E tutta la drammaticità del disegno scarno, essenziale, classico, a narrare una guerra di corpi devastati.