Giuseppe Novello: caricaturista o pilastro della borghesia tra '800 e '900?

Giuseppe Novello era un amabile fustigatore dei difetti della borghesia italiana o il dissacratore di una classe sociale? La Galleria Ponte Rosso propone i suoi &quot;disegni umoristici&quot; e l’antico dilemma si ripropone <br />

Chi era Giuseppe Novello? L’amabile e nostalgico fustigatore dei piccoli difetti della borghesia italiana fra Ottocento e Novecento, o il perfido dissacratore di una classe sociale, piena di tic e di tabù. L’interrogativo si pose, ancora una volta, una sera d’inverno degli anni Cinquanta, al Bagutta di Milano. Consegnavano il Premio della Bontà della Notte di Natale, e il relatore, Orio Vergani, d’accordo con l’organizzatore ,che credo fosse Paolo Monelli, stava appunto tessendo le lodi del vincitore, appunto Giuseppe Novello, facendo propria la logica del primo corno del dilemma sopra enunciato: buono, mite, generoso, un cuor d’oro insomma…

Improvvisamente, la porta del ristorante si aprì, lasciando entrare oltre il freddo dicembrino, il lungo naso e l’esile figura del premiato, pallido eppure congestionato dall’indignazione. “Ma che cuor d’oro e cuor d’oro” cominciò a dire senza nemmeno togliersi il cappotto: “Io sono una carogna, tutta perfidia e tutta veleni. Con questa storia del cuor d’oro mi vogliono far passare per un coglione”…

Giuseppe Novello era questa cosa qui, perfido e innocente, scherzoso e ombroso, docile e spinoso. Ne sapevano qualcosa gli austriaci, che se lo erano ritrovato contro nella Prima guerra mondiale, dove giovanissimo si era guadagnato le sue brave medaglie al valore. E ne sapevano qualcosa i tedeschi, che, per il suo rifiuto di tradire la monarchia durante la Seconda, lo avevano deportato in un lager e se lo erano ritrovati, insieme con Guareschi, emblema riconosciuto della “resistenza al crucco”. “Non muoio nemmeno se mi ammazzano” era lo slogan che avevano coniato.

Adesso che la Galleria Ponte Rosso, benemerita nella valorizzazione della sua opera, presenta questa personale dal titolo I disegni umoristici di Novello(via Brera 2, fino al 9 gennaio, a cura di Elena Pontiggia, tutti i giorni, tranne il lunedì, 10-12,30; 15,30-19; domenica solo al pomeriggio), l’antico dilemma si ripropone intatto: perché Novello fu uno spietato caricaturista del suo mondo borghese e insieme un suo pilastro. L’esposizione affianca alla trentina di disegni una selezione di dipinti: Novello aveva un segno riconoscibilissimo nella raffigurazione fisica dei suoi soggetti, dove abbondavano grasse signore , giovani esangui, distinti commendatori e tronfi pittori e cantanti d’opera…

Ma aveva anche un tocco delicato e vincente nei paesaggi e nei ritratti, che testimoniavano non solo di una buona scuola, ma di un artigianato sapiente che non lo abbandonò mai nel corso di una vita che fu lunga e tutto sommato felice: novant’anni (era nato nel 1897 a Codogno, e a Codogno morì nel 1988) portati fino alla fine con baldanza da alpino, l’arma che servì con onore e senza vanteria per tutte le due guerre mondiali. Sbaglierebbe tuttavia chi configurasse la sua arte come un malinconico omaggio-demolizione del passato, l’Italia umbertina e poi fascista che andava dilapidando gli ultimi spiccioli della grandezza risorgimentale. Con le sue tavole Novello raccontò il cambio di una società passata dall’agricoltura alla industrializzazione, ironizzò sulla ricostruzione, prestò un occhio attento al boom economico degli anni Sessanta e al nuovo credo artistico che fra avanguardia, post- avanguardia, astrattismo e post-astrattismo, arte povera e non arte tout court si è in pratica allungato sino ai nostri giorni.

Era un borghese che non si faceva i illusioni sulla propria classe sociale, ma che aveva preso a prestito, mutuandola, quella frase che Winston Churchill diceva a proposito della democrazia: “Una pessima forma di governo, ma non ne conosco di migliori”. Così era la borghesia, tronfia, vanesia, conformista ma alla prova dei fatti più degna dell’aristocrazia che l’aveva preceduta, della classe operaia che a lungo cercò nel Novecento di insidiarla: un concentrato di italianità, se si vuole, e insieme lo straordinario protagonista di una storia che ci aveva trasformato in nazione e consentito, all’indomani della Seconda guerra mondiale di riprenderci un posto in prima fila nel consesso delle potenze europee. Così, i suoi quadro figurativi, piccoli e dipinti in pieno astrattismo, sono “avanguardia” rispetto al realismo e all’iper- realismo che, complici i neo-impressionisti americani si imporranno a partire dalla fine degli anni Sessanta e insomma, c’è sempre un Novello diverso rispetto al Novello che appare. Questa mostra è un omaggio e un grazie a un artista italiano che non si vergognava di esser tale.