GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

Londra, Parigi, Berlino: paesi e personaggi descritti con ironia e sagacia. Con una erronea premonizione letteraria...

«Il paese dei sogni del Mostro, invece, è questo. “Luxe, calme et volupté”. Questa città è forse la sola che possa destare le medesime emozioni della natura; infatti non è una città ma un bosco nel quale, insieme a mestissimi alberi, siano anche cresciute delle case. Niente di artificiale, mai un piano regolatore; ogni cosa venuta su spontanea, governata soltanto da un ritmo interiore. L’attività silenziosa, l’ordine senza costrizioni, il più grande degli agglomerati umani e a ogni passo la sensazione della campagna, le donne colla pelle bianca, gli uomini con i vestiti a grandi pieghe, i magazzini che ti offrono, dietro congruo numero di sterline, le giade cinesi, gli smalti di Limoges e i bastoni di Brigg, una libreria (scoperta di recente dal Mostro) dove c’è tutto, i “restaurants” dove puoi mangiare la pasta con le sarde \; puoi vedere i marmi di Fidia e le terrecotte buddiste, e le miniature persiane e gli incunaboli italiani e tedeschi; 672 persone travolte e uccise dagli automobili in sei mesi \ Il Mostro adesso è stanco. Tra breve deve vestirsi per andare a colazione all’Ambasciata dove è sempre ricevuto, occorre dirlo, con altissimi onori e ricondotto da S.E. sin sulla porta della strada. \Il Mostro quindi cessa di scrivere. Vuole però avvertire i cavalieri Casimiro e Lucio che se un giorno (che egli spera prossimo) si decideranno a visitare queste rive, è perfettamente inutile che lo facciano senza il Mostro, perché da soli essi vedranno sì Westminster, la torre di Londra e i musei; ma della Città e della sua anima, senza il Mostro che ne detiene le chiavi, non capiranno niente di niente./ Il Mostro “over-fed”».
Ecco un passo tratto dal corpus di lettere inedite di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (perché è lui il Mostro), ritrovamento fortunoso di qualche tempo fa; e che usciranno all’inizio del prossimo anno in una delle lussuose Edizioni del Senato, a cura di Marcello Dell’Utri e con prefazione di Gioacchino Lanza Tomasi. Una trentina, che Lampedusa scrisse, per lo più da Londra (ma anche da Parigi, dalla Svizzera, da Bolzano, Berlino, Bressanone) e a vario proposito - soprattutto, però, spinto dal semplice piacere di narrare a chi quei luoghi non avrebbe mai veduto - tra il 1927 e il 1930 ai cugini Piccolo, inamovibili nella loro «isola del Fuoco», la Sicilia. Al contrario di lui, invece gran viaggiatore per tutta Europa, padrone di molte lingue, avido di saperi, ovvero «mosso da quella nobile curiosità intellettuale che lo accosta a Goethe e allo Cestertonio», come scrive di sé. E basterebbe quell’italianizzazione di Chesterton per trasmetterci il suo senso di divertita ironia; o il fatto che si presenti sempre in terza persona e qualificandosi appunto di Mostro; termine affiancato, nel firmarsi, da aggettivi corrispondenti al tono della lettera, o ai suoi umori: e abbiamo così «il Mostro gallico» da Parigi e «il Mostro di Mayfair», «il Mostro della Caledonia» avendo narrato del «pellegrinaggio attraverso “old England”»; «il Mostro offeso» perché i cugini sono avari di risposte («Egli ha scritto un numero di lettere tale che, riunite e stampate formerebbero un cospicuo volume in 8°. / In queste egli è stato lepido, descrittivo, profondo e saggio; e in esse ha fatto scintillare tutte le faccette di una intelligenza che non ha molti uguali nell’Europa d’oggigiorno. Ciò senza riuscire a spremer fuori dalle vostre inaridite penne la più lieve goccia d’inchiostro»); o «il Mostro placato» (da una missiva inaspettata), «il Mostro di pasta tenera» e «il Mostro saggio», «il Mostro ipernutrito», «il Mostro dei Campi Elisi» quando abita, a Parigi, lì presso, «il Mostro odoroso di resina» o «silvano» durante il suo soggiorno a Bolzano.
Ironia e divertimento contagiosi, per il lettore, che ne ammira lo stile vivace, arguto (in cui l’effetto comico è dato anche dal décalage tra la materia e il linguaggio solenne), lo sguardo attento sulla realtà, sui suoi aspetti buffi quando non decisamente ridicoli; impietoso sui vizi e le goffaggini altrui, e le proprie. Dell’ambasciatrice di Francia a Londra, ad esempio, viene detto: «Secoli a decine sono passati sul suo corpo, avvolto in una esigua tunica color risotto alla milanese, e ognuno vi ha lasciato la sua traccia: il XVIII la sua cipria, il XIX la sua anemia, il XX le deformazioni degli “sports” tardivi e mal’intesi». E questa è l’immagine di un sovrano d’Africa, capitato nel suo medesimo albergo, il Great Central a Londra: «L’albergo del Mostro in questo momento ospita anche un Re. E precisamente S.M. Sofori Atta, sovrano di un esteso ma ritardatario territorio della Costa d’Avorio. \ Questo signore, nero come una penna stilografica e di una sottospecie negra particolarmente brutta, è del resto dignitosissimo; e inoltre è il solo sovrano che vada in giro sempre vestito da re, avvolte cioè le grasse membra in un manto di velluto rosso con galloni dorati e fodera di pelame bianco (aggiunta, spero, fatta in omaggio al clima inglese) e su la testa la sua brava corona; l’insieme tuttavia è un po’ sciupato dalle grosse scarpe gialle e da un grosso sigaro che tiene perpetuamente in bocca. Il Mostro lo incontra spesso nei corridoi seguito da un ragazzino che porta (con disinvoltura) uno scettro (naturalmente in avorio); e S.M. risponde con grande benevolenza agli inchini del Mostro e sorride esponendo una incredibile superficie di denti (d’avorio anche loro) forse immaginando (come Valéry) la “future fumée” del Mostro arrostito».
Né, come dicevamo, l’epistolografo risparmia se stesso: racconta degli onori che gli vengono tributati, e lo fa col sorriso sulle labbra; «il Mostro celebre» accenna a suoi cosiddetti allori letterari, a seguito di qualche articolo pubblicato sulla rivista genovese Le Opere e i Giorni: «Tutto ciò ha suscitato negli inesperti cuori dei Genitori speranze del tutto infondate e desiderî e mi vedono già impancato nella terza pagina del Corriere, Minosse temuto delle lettere europee e grasso di laute prebende» (sappiamo bene, peraltro, che non «s’impancherà» mai, e che il suo romanzo vedrà la luce, dopo rocambolesca storia, a un anno dalla morte, nel 1958).
Formidabile descrittore di persone, lo è altrettanto di paesaggi, in particolare quelli della sua amata Inghilterra, le nobili cittadine di Oxford, Cambridge, Stratford-on-Avon; che tratta, quest’ultima, in uno stralcio bellissimo e poetico. Oppure si legga della catastrofica inondazione a Bressanone, quando «il Mostro per poco mancò non navigasse sui flutti quale Leviatano»; o del gatto acrobatico, attraversatore di trafficata via: «Bello fu, allora, vedere il gatto abbandonarsi ad una specie di danza, a una serie di salti, di capitomboli e di capriole mediante le quali cercava di scansare i veicoli saettanti. Un cane ci avrebbe rimesso la pelle dieci volte. Lui no» (una delle cinque «Scene londinesi» spedite ai cugini da «Mostropoli, giugno 1928»).
Osserviamo il «Mostro errabondo» girovagare per le strade; spedito dai cugini con le fotografie di un prezioso servito di Sèvres onde farlo stimare, visitare antiquari e case d’asta di Londra, fornendo quindi, in più puntate, dettagliate notizie; o mangiare a quattro palmenti: «Ma il Mostro, come egli ha già fatto notare, chiude in sé oltre che un angelo, anche un porco; del che è fiero. E in quanto porco apprezza ed esulta nelle gioie carnali. Talvolta la spartana semplicità della cucina inglese pura lo spaventa. Ma più spesso egli gioisce sia bevendo, come oggi, del latte pesante e burroso che lascia la sua traccia di panna nella tazza; sia addentando sanguinanti “steaks” che trasmettono in lui il vigore di nobili e selezionati torelli \ sia ancora, a fin di tavola, affondando un rapace cucchiaio nei pozzi dei signorili formaggi di Chester, rosei come l’onice, o di Stilton, verdi come l’acquamarina, o del Cheddar, trasparenti e ambrati. \. E speriamo che sopravvivano le nobili tradizioni dell’ospitalità scozzese, secondo le quali l’ospite aveva diritto a godere non solo della casa e della mensa ma anche della moglie e delle figlie di chi l’ospitava. È vero che dopo il fattaccio di re Duncano l’ospitalità scozzese è un po’ in ribasso».
Alcune pagine sono occupate da un elaborato sfottò dei cugini: quando il Mostro vi si dichiara proprietario di una stimata ditta «specializzata in rifornimenti e riparazione testicoli - Fornitrice del Circolo Bellini» (l’antico circolo dell’aristocrazia di Palermo), e acclude loro un elaborato prezzario (prezzi concorrenziali) con illustrazione dei singoli articoli nonché attestati di gradimento da parte di Lucio e Casimiro, passati e soddisfatti clienti.
Cugini a loro volta personaggi di non poco conto: poeta Lucio, pittore e fotografo l’altro, vivevano con la sorella Agata Giovanna in volontaria reclusione nella villa di Capo d’Orlando (di grande fascino, divenuta oggi Fondazione e aperta al pubblico), piena di presenze fantasmatiche, che essi, studiosi di esoterismo (più estremo quello di Casimiro, che immaginava di dialogare con i morti, di dipingerli persino; più bucolico, più “inglese” quello di Lucio, amico di fate ed elfi), non si peritavano di evocare. Ma questa è un’altra storia.