Giustizia in crisi e toghe stonate

Egidio Sterpa

Quest’anno l’inaugurazione dell’anno giudiziario ha mostrato con chiarezza, anche per la vastità delle manifestazioni di protesta, quanto sia netta la contrapposizione tra magistratura e potere politico. È senza dubbio questo l’aspetto più grave della crisi italiana. Questione di grande delicatezza, che richiede senso di responsabilità nel discuterne, ma di cui non può essere trascurata la soluzione perché fonte di pesanti squilibri.
Chiariamo innanzitutto che chi qui scrive sotto lo stimolo dell’attualità è un liberale che crede nello Stato di diritto, nella divisione dei poteri e nell’indipendenza della magistratura. Ed è appunto nel quadro di questi sacrosanti principi che a un liberale non possono non risultare stonati atteggiamenti e comportamenti dell’ordine giudiziario come lo sciopero, la contestazione, divenuta ormai quasi fisiologica, delle decisioni parlamentari, la diserzione programmata, come sta avvenendo, delle aule in cui si celebrano le inaugurazioni dell’anno giudiziario. Sono testimonianze di una distonia che altera l’ordine costituzionale e provoca peraltro sfiducia nella giustizia.
Ma fermiamoci qui con i rilievi. È utile invece dare uno sguardo alla importante relazione del primo presidente di Cassazione, di cui si è tanto parlato ma che dai media ha ricevuto attenzione solo nella parte polemica verso il potere politico. Al contrario, ci sono affermazioni del dottor Nicola Marvulli che meritano giusta e stringente evidenza perché attestano la serietà della crisi della giustizia in Italia.
La prima: «L’Italia ha dei primati che da soli forniscono le dimensioni della crisi: disponiamo del maggior numero di giudici, e ciò nonostante conserviamo il primato del maggior tempo nella definizione dei processi sia civili che penali».
Detto dal nostro più alto magistrato, si sfata così la leggenda che la improduttività e le carenze della macchina giudiziaria siano dovute allo scarso numero di magistrati. Fu già Saragat, presidente della Repubblica dal ’64 al ’71, a rilevare che in Francia il personale giudiziario era meno numeroso di quello italiano eppure non esistevano disfunzioni. Come ha recentemente documentato in Parlamento il ministro della Giustizia, ci sono pendenti dieci milioni di procedimenti civili e penali, con una giacenza media di oltre ottanta mesi. Nel 1999 fu approvato il nuovo articolo 111 della Costituzione in cui si parla di «ragionevole durata» del «giusto processo», e però palesemente siamo ben lontani da questi assunti.
Altre due affermazioni del dottor Marvulli vanno annotate: «Il narcisismo esibizionista» di taluni magistrati, «indice di scarsa imparzialità e scarso equilibrio»; il correntismo, che viene così indicato: «il pluralismo è una ricchezza del nostro governo, ma esso fallisce il suo compito nel momento in cui alla virtù dell’obiettività si sostituisce la solidarietà ideologica».
Parole assai dure, che molti commentatori però hanno ignorato. Non ha potuto ignorarle il vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni, che ha dovuto almeno ammettere: «Il condizionamento di logiche correntizie impone pause, frenate e mediazioni faticose». Insomma, non è poi un’assurdità rimproverare al Csm di trasformarsi in una sorta di terza camera parlamentare, travalicando le sue prerogative.
C’è da scommettere che l’autocritica coraggiosa del dottor Marvulli non è piaciuta a quei magistrati ormai pubblicamente politicizzati. Naturalmente non poteva mancare da parte dello stesso relatore la contestazione di provvedimenti varati dal governo e dal Parlamento: il nuovo ordinamento giudiziario, innanzitutto, la cosiddetta ex Cirielli (che pure una sezione della Cassazione ha ritenuto conforme alla Costituzione), l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione in primo grado quando non vi siano ragionevoli dubbi. Contestazione scontata e, potremmo dire, quasi d’obbligo per motivi corporativi, quale per esempio un presunto snaturamento delle caratteristiche della Cassazione, che si vede caricata di giudizi di merito in aggiunta a quelli di legittimità. Le parole del dottor Marvulli, comunque, segnalano limpidamente la gravità della crisi della giustizia in Italia.
Diversi e troppo partigiani i giudizi di altri magistrati. Giancarlo Caselli, manco a dirlo, che parla di «giustizia al collasso», Ciro Riviero, presidente dell’Anm, che denuncia «lo stato di disastro in cui è lasciata la giustizia». Ammettiamo pure che responsabilità vi siano nel mondo politico, ma perdinci, del «collasso» e del «disastro» proprio nessuna colpa hanno i magistrati, che della giustizia sono i protagonisti quanto a impegni e organizzazione del lavoro, comportamenti e dovere di obiettività? Al mondo politico non si può certo rimproverare di non aver assicurato indipendenza alla magistratura. Una rapida lettura della Costituzione, dall’articolo 101 al 113, ne dà testimonianza inoppugnabile: «I giudici sono soggetti solo alla legge» (art. 101); «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» (art. 104); «le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso» (art. 106); «i magistrati sono inamovibili» (art. 107).
Fermiamoci pure qui. Ma è o non è ora che nelle aule della giustizia torni a regnare incontrastata la ragione?