Giustizia per i Romanov: uccisi per motivi politici

La Corte Suprema cambia opinione e stabilisce che la strage della famiglia imperiale fu un atto illegale. L'Urss riconosciuta responsabile anche in assenza di prove scritte

Lo sterminio a sangue freddo della famiglia dello Zar russo Nicola II, avvenuto nel luglio del 1918 a Ekaterinburg per mano di rivoluzionari bolscevichi, è stato un atto illegale compiuto per motivi politici. Sembra un’ovvietà, ma ci sono voluti novant’anni perché si arrivasse a questo pronunciamento della Corte Suprema di Mosca: ancora un anno fa un’analoga richiesta da parte degli avvocati della famiglia Romanov, oggi rappresentata dalla granduchessa Maria Vladimirovna, era stata respinta, così come per ben due volte aveva fatto in precedenza la Procura generale russa.

Tutte le richieste di riconoscere l’ultimo Zar e i suoi familiari come vittime della repressione politica sovietica erano state bocciate per la mancanza di documenti formali: non esisteva insomma la prova scritta che il massacro di Ekaterinburg fosse avvenuto dietro mandato di un organismo governativo. German Lukianov, uno dei legali dei discendenti dei Romanov, non si era però dato per vinto. «È incredibile - ripeteva - come la Procura possa sostenere che lo Stato sovietico non abbia violato i diritti umani facendo sterminare Nicola II e i suoi familiari. Così come è incredibile affermare che tutto quello che è avvenuto dopo la rivoluzione d’Ottobre non debba intendersi come persecuzione politica».

Lukianov continuò perciò a insistere presso la Corte affinché riconoscesse i Romanov come «vittime di una persecuzione di natura sociale, religiosa e politica». Questo perché «a ordinare l’esecuzione era stato il soviet regionale degli Urali, che all’epoca governava Ekaterinburg, si suppone con l’approvazione del Presidium del Comitato centrale del partito comunista, allora supremo organo politico sovietico».

La tenacia dell’avvocato è stata alla fine premiata. E la sentenza di ieri rappresenta il punto di arrivo di un percorso cominciato nel 1991, quando i resti della famiglia imperiale furono ritrovati a poca distanza da Ekaterinburg, città che allora si chiamava Sverdlovsk dal nome di un generale bolscevico. Grazie al lavoro degli scienziati - che usarono anche il Dna di alcuni parenti dei Romanov appartenenti ad altre dinastie regnanti europee - furono identificate le ossa di Nicola e della zarina Alessandra, oltre che delle figlie Olga, Tatiana e Anastasia (della sopravvivenza di quest’ultima al massacro si era a lungo favoleggiato). Gli altri due figli, Maria e il piccolo Alessio, che aveva solo 13 anni quando fu assassinato, furono identificati in seguito. Nel 1998 l’allora presidente russo Boris Eltsin volle che le bare con i resti dei membri della famiglia imperiale fossero sepolti nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, dove si trovano le tombe degli Zar, con una cerimonia solenne «di riparazione». Poi, nel 2000, la Chiesa ortodossa russa canonizzò i sei Romanov uccisi a Ekaterinburg e li proclamò martiri.

Ora è stato compiuto l’ultimo passo. Anzi, forse il penultimo. Perché i discendenti di Nicola II non potranno ottenere il risarcimento dei danni a spese dello Stato che spetta ai perseguitati politici. Esso riguarda infatti solo il primo grado di discendenza o parentela, e per questo è davvero troppo tardi.