Globali, quindi solidali e cristiani

Michael Novak: «La solidarietà rende coscienti di appartenere alla comunità umana»

«Non abbiate paura!» è l’esortazione ripetutamente rivolta da Giovanni Paolo II ai popoli della terra, né si può dimenticare l’invito di Papa Giovanni XXIII, durante il Concilio vaticano II, ad allontanarsi dai «profeti di tristezza». Con questo spirito vorrei affrontare il formidabile fenomeno che va sotto il nome di «globalizzazione».
La mia tesi è semplice da esporre, anche se difficile da spiegare completamente in uno spazio limitato: la nostra è un’epoca fortemente favorevole alla credibilità dei temi fondamentali della dottrina sociale cattolica. \. Nell’Esortazione apostolica Ecclesia in America (1999), Giovanni Paolo II ha descritto i «neoliberali» come materialisti preoccupati unicamente dei processi di mercato, dei profitti e dell’efficienza, a detrimento dello spirito, dei valori e dei diritti umani.
Nel sistema economico di oggi è tuttavia molto difficile essere materialisti nel senso stretto del termine. Pensate all’ultimo acquisto di un programma per il vostro computer: lo tenete in mano e vi rendete conto che lo avete pagato 200 dollari, ma quanto materiale avete effettivamente in mano? Circa 80 centesimi di plastica. In realtà, ciò che avete comprato è quasi interamente composto da intelletto, frutto dello spirito umano, della umana intelligenza. Intorno a noi, la rivoluzione meccanica è stata sostituita dalla rivoluzione elettronica, la materia conta sempre meno e l’intelligenza (o lo spirito) sempre più.
Perfino i fisici nucleari hanno sviluppato un concetto di «materia» talmente nuovo da far sembrare il vecchio contrasto tra «spirito» e «materia» quasi fuori moda come un tram a cavalli. La solida materia viene analizzata in parti sempre più minuscole - molecole, atomi, neutroni, quark - che svaniscono in qualcosa simile a impercettibili unità di energia o luce, pure quasi quanto ciò che una volta si immaginava come «spirito».
Anche l’origine della ricchezza veniva un tempo spiegata su basi principalmente materiali. Inizialmente, la maggiore forma di ricchezza era la terra, sostituita poi dal capitale, concepito meramente come insieme di forti investimenti in fabbriche e macchinari. Attualmente, gli economisti affermano che la principale causa della ricchezza delle nazioni non è affatto materiale, bensì è costituita da conoscenza, abilità, sapere, cioè da quell’insieme di ricerca, invenzione, organizzazione e capacità di previsione che viene definito «capitale umano», un capitale che si trova all’interno dello spirito umano ed è prodotto dalle attività non materiali di educazione, formazione e guida. Il capitale umano include componenti morali, come il duro lavoro, la collaborazione, la fiducia sociale, la sollecitudine, l’onestà, e sociali, come il rispetto della legge. Il fattore fondamentale che rende le nazioni ricche è l’investimento nel capitale umano e nel suo sviluppo. La più grande ricchezza di una nazione, dicono gli economisti, è il suo popolo.
In altri termini, non sono le risorse materiali di per sé che fanno ricca una nazione. Anche l’economia sembrerebbe quindi, come la fisica e altre scienze, porsi contro il materialismo.
Nessun principio è invece così fondamentale nella dottrina sociale della Chiesa quanto il primato dello spirito. Oggi questo principio sembra essere rivendicato in molti campi, dalla cura delle malattie fisiche e mentali, alla formazione morale, alla capacità di generare fiducia nel futuro, e anche la ricerca empirica sembra confermare il primato dello spirito contro i tentativi puramente materialisti di spiegazione dei comportamenti umani.
Solidarietà. Leone XIII, descrivendo nella Rerum novarum (1891) i cambiamenti tumultuosi che stavano sconvolgendo il mondo agricolo e feudale dell’Europa premoderna, intuì la necessità di un nuovo tipo di virtù per i cristiani, rimanendo incerto tra le definizioni di giustizia o di carità, di giustizia sociale o di carità sociale. Un secolo più tardi, nella Centesimus annus, Giovanni Paolo II ha focalizzato questa nascente intuizione nel termine «solidarietà», intendendo con questo la virtù speciale della carità sociale, che rende ogni persona cosciente di appartenere alla razza umana nella sua totalità, di essere fratello e sorella di tutti gli altri, di vivere in comunione con tutti gli altri uomini in Dio. Solidarietà è un altro modo per esprimere il concetto di globalizzazione, ma nella dimensione dell’appartenenza alla comunità e della responsabilità personale. Solidarietà non è la scomparsa di sé nel pensiero del gruppo e nella collettività: è l’esatto opposto della collettivizzazione socialista, perché mira contemporaneamente alla responsabilità e all’iniziativa della persona, e alla sua comunione con gli altri. La solidarietà non intorpidisce, ma risveglia la coscienza individuale, suscita responsabilità, allarga la visuale personale mettendo in relazione l’io con tutti gli altri.
Non è però semplice definire cosa si intende per globalizzazione, e se ne possono citare almeno cinque definizioni, ognuna insufficiente se considerata singolarmente. Globalizzazione non è puramente una drastica riduzione nei costi di trasporto e di comunicazione. Globalizzazione non è solamente il restringersi del preesistente vasto mondo di nazioni diverse e distanti in un piccolo «villaggio», unito da mezzi di comunicazione in tempo reale, né essa è meramente costituita dalle energie centripete di un unico mercato globale interconnesso da internet e da telefono e televisione satellitari. Globalizzazione non è neppure solo l’aumento geometrico degli investimenti diretti dall’estero e del commercio internazionale.
Sebbene la globalizzazione sia tutte queste cose, vi è in essa anche una dimensione interiore: la globalizzazione ha cambiato anche il modo di pensare e di concepirsi delle persone, in modo nuovo, diverso, globale. Questo è un passo importante in direzione della solidarietà, perché gli essere umani sono creature «globali», membri di uno stesso corpo, ogni parte al servizio di ogni altra parte.
Il nostro è quindi un tempo favorevole a chi si impegna nella solidarietà e sfavorevole, al contrario, per chi si concepisce come una monade isolata.
Se un cattolico non si sente fiducioso in un’epoca di globalizzazione, a che serve il termine «cattolico», che è un altro modo per esprimere il concetto di «globale»? In fondo l’esigenza della globalizzazione iniziò con il comandamento: «Andate e predicate il Vangelo a tutte le genti», che impose alla cristianità di vedere tutti gli uomini come un unico popolo di Dio. La globalizzazione è l’ambiente naturale della fede cattolica. \
Piuttosto che distribuire pane ai poveri è meglio aiutarli ad aprire forni e altre aziende, attraverso le quali possano servire altri, come mezzo per provvedere alle proprie famiglie, in modo indipendente, onesto e dignitoso. Non vi è alcun altro sistema per portare i poveri nel «circolo dello sviluppo».
Attraverso il loro lavoro, quelli che attualmente sono i poveri potranno, come gli altri, mostrare nelle loro vite il primato dello spirito, della solidarietà, della soggettività della società e della sussidiarietà, e vivranno la loro vocazione come cristiani e cittadini responsabili in società libere e prospere. Così potranno anche portare davanti all’altare del Signore «il pane che la terra ha dato e che le mani dell’uomo hanno fatto».

* Scrittore e teologo, docente presso l’American Enterprise Institute