La gloria del Settecento romano il secolo misconosciuto

Una raffinata esposizione indaga il passaggio dal barocco a una nuova sensibilità

Il Settecento a Roma è sempre passato in sottordine, come un secolo senza grandi glorie, ma la splendida mostra di Palazzo Venezia «Il Settecento a Roma» (fino al 26 febbraio 2006) ci si rende conto che è stato un secolo fondamentale. Dall’Arcadia all’Illuminismo, dal tardo Barocco al Neoclassicismo, lo scenario è vastissimo e pieno di sfaccettature, con la nascita dei musei Capitolini e Vaticani, con il Grand Tour e l’Accademia di Francia, con Chateaubriand e De Brosses, con il cardinale de Bernis e Goethe, con Batoni e Mengs, con Piranesi e Winckelmann, Valadier e Canova.
Il Settecento trascorre con suprema eleganza nella quale si stempera l’enfasi barocca, con la dottrina sottesa all’ingegno ed elevata ad arte, con una natura trasfigurata nelle favole del mito, con l’utopia che s’innesta nel rigore scientifico e con il sogno di un antico redivivo che infuoca la temperie romana, dove l’astro del Bernini non si è mai spento. È il secolo dove i tormenti sono più della ragione che non del sentimento, dell’introspezione dissimulata nell’esercizio che anela alla bellezza ideale, sino al dissolversi nella metamorfosi di tutta una città elevata ad opera d’arte. Una città che non cessa di confrontarsi con il suo passato ma capace di rinnovarsi in un composto e trasognato lirismo.
Roma alla moda, aggiornata alle tendenze del gusto europeo, che accoglie nei palazzi l’esotismo nella profusione di lacche dorate e di porcellane, nel fruscio delle toghe cardinalizie e delle sete trapunte di ministri e ambasciatori. Quinte da palcoscenico sono tanto le facciata dei monumenti che le prospettive delle piazze a ridosso delle vestigia classiche, all’ombra delle cupole barocche e lungo il corso del Tevere tra gli approdi di Ripa Grande e di Ripetta dove Vanvitelli, inforcando i proverbiali occhiali, sistema cavalletto e pennelli, mentre altri come Hackert o Locatelli, perlustrano la campagna per ritrarre «i più splendidi temi offerti dalla natura». Suggestioni che divengono sempre più insistenti, tra ritrovamenti archeologici e restauri, fino a dominare, incontrastate, l’ispirazione e il genio artistico di un’intera epoca, il Neoclassicismo, che adottando lo studio e la catalogazione comparata del secolo dei Lumi, esalta l’antico e i suoi canoni, contagiando l’intera Europa.
Così che questa mostra, curata da Anna Lo Bianco e Angela Negro, senza alcuna presunzione di esaurire il quadro storico-artistico di un periodo così vasto e complesso, ce ne offre un distillato pregevolissimo attraverso un’oculata selezione di oltre duecento capolavori fra dipinti, sculture, disegni, arredi e antichità. Accolti dai ritratti di protagonisti e comprimari del secolo, sono Apollo e le Muse a invitarci a accedere nel tempio della Virtù, al seguito del marchese Niccolò Maria Pallavicini e del Maratti, autore del dipinto che schiude le magnifiche «stanze» della Roma settecentesca. Le sue trasformazioni urbanistiche, le biblioteche, le gallerie di statue e dipinti, le manifatture di arazzi e mosaici, vanto dell’industria pontificia accanto alla tradizionale lavorazione del marmo assurta in questi anni ad un artificio ineguagliato nelle botteghe dei lapicidi romani, si riverberano nel volto speculare che contraddistingue, in perfetta simbiosi, la Roma antica e la Roma moderna, sintesi di due memorabili vedute immaginarie del Pannini. E nelle quali traspaiono le premesse e gli sviluppi del secolo, dallo studio assiduo sui riferimenti del passato e sulle opere dei grandi maestri del Rinascimento e del barocco, alle atmosfere arcadiche che preludono ai primi fermenti romantici, senza dire che vi è sottesa un’altra essenziale componente del tempo, il risveglio delle coscienze nella caratterizzazione dei personaggi e che riflette una più generale consapevolezza dell’individuo.
E all’estetica, ormai canonizzata dalle teorie antiquarie, il compito di inscenare l’exemplum virtutis del mito e della storia, alfa e omega della mostra che si conclude con Canova e David nella cornice dei loro apologeti in quella visione di Roma «a volo d’uccello» che il Vasi, maestro di Piranesi, coglie dall’alto del Gianicolo.