Glucksmann: "Il movimento? Ha ucciso il comunismo"

Intervista con l'intellettuale parigino sul Maggio francese: "Lo spirito antitotalitario e anticonformista ha sconfitto il mito del marxismo. Ma non in Italia e in Germania". E svela: "Senza quell'epoca Sarkozy non sarebbe mai diventato presidente"

Del Sessantotto dice di aver mantenuto lo spirito aperto, agguerrito, innovativo. Le idee, invece, le ha ripudiate. Per un periodo brevissimo della sua vita è stato persino maoista, oggi André Glucksmann è un intellettuale liberale, anticonformista, che, da Parigi, non si stanca di denunciare i totalitarismi di destra e di sinistra. Famoso e controverso, anche perché non fa clan e crede soprattutto in se stesso, sorprendendo il mondo culturale. In una Francia antiamericana, si schiera con gli Stati Uniti; quando l’opinione pubblica dubita dell’Europa, lui appoggia con foga il processo di unificazione continentale; appena la gauche va in visibilio per Ségolène Royal, Glucksmann sostiene pubblicamente Nicolas Sarkozy. Il suo ultimo saggio è un’analisi del Sessantotto, scritta a quattro mani con il figlio Raphaël, e ora proposta in italiano da Piemme edizioni (André e Raphaël Glucksmann, Sessantotto - Dialogo tra un padre e un figlio su una stagione mai finita, pp. 240, euro 13,50). Un’analisi originale e provocatoria, come dimostra in questa intervista al Giornale.

Il ’68 ha segnato la rottura con la civiltà borghese e, in francia, contadina. Non ha creato, però, popoli senza radici?
«Sì, ma per me questo non è negativo. Il Sessantotto ha aperto la porta alla mondializzazione, costringendo un Paese conservatore e chiuso su se stesso, come la Francia, a mettersi al passo con i tempi. Non è stato un momento, ma un movimento che continua ancora oggi e che ha permesso di rompere due miti: quello della una società rurale, tipicamente francese, e quello delle rivoluzioni operaie, comuniste e dunque di Marx, Lenin, Che Guevara».

Ma il Sessantotto era comunista, non perseguiva quello strappo...
«Sì, ma il fascino del marxismo è durato poco, proprio perché la caratteristica del Sessantotto in Francia fu di incoraggiare lo spirito libero, anticonformista, antitotalitario, contrariamente a quanto accadde in altri Paesi, come l’Italia o la Germania, dove la militanza era più ortodossa e, per certi gruppi, estrema».

Questo spiega perché la Francia non ha conosciuto il terrorismo rosso?
«Certo, il simbolo del nostro Sessantotto è Daniel Cohn-Bendit, che sfida il poeta Aragon, rinfacciandogli pubblicamente il suo sostegno a Stalin e gli impedisce di prendere la parola pubblicamente: “Sui tuoi capelli bianchi, c’è il sangue dei morti nei campi comunisti”. Questa profonda avversione alle dittature ci ha salvato dalla deriva della lotta armata, cementando uno spirito che era liberale senza che allora ne fossimo pienamente consapevoli».

Lei scrive che quei valori hanno contagiato altri Paesi nella lotta al comunismo, in che modo?
«Soprattutto nell’Europa dell’est, ma anche in Spagna e in Portogallo. Sono stati i sessantottini parigini i primi a credere nei grandi dissidenti sovietici come Soljenitsin, Sacharov, ispirando persino il movimento operaio polacco Solidarnosc. Il fatto che noi, atei, avessimo deciso di appoggiare un autore come Soljenitsin, che era tradizionalista e molto ortodosso, indusse molti intellettuali di Varsavia non credenti ad allearsi con la Chiesa».

La vostra generazione predicava solidarietà, ma ora viene accusata di essere egoista o addirittura narcisista. Condivide?
«Solo in parte. Ci siamo divisi in tre correnti. La prima che diceva: anche senza Marx si va avanti come prima, con le stesse logiche; è la linea seguita, ad esempio, da Toni Negri. La seconda reagì alla delusione rifugiandosi nel Super-Io, nei soldi, in un materialismo postmoderno, senza più interesse per gli altri. La terza, invece, è rappresentata da Kouchner, che fondò Medici senza frontiere e che, come tanti altri, ha continuato a mostrarsi solidale, a lottare per l’emancipazione e per l’uguaglianza dei popoli ma fuori dagli schemi tradizionali della sinistra. E per questo non sempre gli ambienti progressisti l’hanno intepretata nel modo giusto».

Volevate il comunismo, avete sdoganato il consumismo?
«Non mi pare; il consumismo ha inziato a diffondersi nel Dopoguerra e dunque nel Sessantotto era già radicato. Il Maggio semmai ha avuto l’effetto di aprire la Francia a molte novità e dunque di accentuare la tendenza anche in questo ambito».

Un intellettuale di destra come Alain De Benoist ha scritto sul Giornale che il Sessantotto non era tutto da buttare. All’epoca i giovani avevano una passione, oggi invece restano solo gli interessi...
«E si sbaglia. La passione è sempre transitoria, ma sarebbe sbagliato descrivere i sessantottini come un gruppo cinico, legato solo all’interesse. La realtà è che De Benoist rimpiange l’epoca in cui la politica era vissuta come una religione che riempiva l’esistenza. Ed è significativo che questa nostalgia accomuni estrema destra ed estrema sinistra».

E allora qual è l’eredità positiva di quel Maggio?
«Quella filosofica. Noi oggi non proponiamo dei dogmi, ma alimentiamo il dubbio, il confronto. Il Sessantotto non è la conquista della Bastiglia, né del Palazzo d’Inverno, ma è la conquista della libertà di parola e di pensiero, che poi ha condotto alla fine del marxismo».

Lei ha scritto: senza il Sessantotto Sarkozy non sarebbe mai diventato presidente. Perché?
«All’epoca di De Gaulle, uno come lui di origine straniera, divorziato, con due famiglie, sarebbe stato impresentabile. E invece oggi rappresenta la maggior parte dei francesi ed è molto diverso da Chirac, che invece era ancora molto attaccato al mito della civiltà contadina. Sarkozy non sa cosa fare di fronte a una mucca; Chirac sapeva tutto. Ma non sono queste le virtù che fanno un buon presidente».

Anche i valori di Sarkozy sono sessantottini?
«Direi postsessantottini; comunque influenzati dal Maggio. È un presidente di centrodestra, ma in netto dissenso con il gollismo. È sensibile alle cause umanitarie, ha aperto il governo a personalità di sinistra come Kouchner e Fadela Amara. Ha rotto i vecchi schemi. Tenta di imporre un nuovo modo di far politica. Con quanto successo lo capiremo fra quattro anni».