Gmg, il "trionfo" diplomatico di Ratzinger La Spagna si affida a lui: ci aiuti a fermare l’Eta

Il governo: "Un messaggio dalla Chiesa basca per sanare vecchie ferite". È l’ultimo successo di un viaggio difficile. L'abbraccio con Zapatero aveva già fatto intravedere una svolta. E migliaia di giovani in coro gridano: "Siamo la generazione Ratzinger"

Ratzinger ha superato la prova. Madrid era il viaggio più complicato. Molto più a rischio di quello a Monaco di Baviera; allora era tutto troppo nuovo, e per molti era già stata una sorpresa la sua partecipazione. Più difficile di quello di Sidney. Qui a Madrid Ratzinger sapeva che di rischiare molto. Ad aspettarlo c’era una Spagna arrabbiata e ferita. Lui ha saputo sorprendere e conquistare. «Benedetto XVI sta molto bene, ed è molto contento dell’andamento del viaggio» dice il suo portavoce, padre Lombardi.
Un viaggio che segna un passaggio netto. Che lascia sicuramente molto più di migliaia di giovani fedeli contenti.

È qualcosa di più, è un retrogusto dal sapore politico, un trionfo diplomatico, oltre le intenzioni stesse del Papa. C’è stato l’incontro con i reali, a rinsaldare una vecchia alleanza, a ricordare al Pontefice che gli spagnoli avranno pure smesso di confessarsi, ma non hanno smesso di avere un cuore cattolico. Ieri la conferma ufficiale di una vittoria ineguagliabile. Il governo spagnolo ha chiesto aiuto al Vaticano per chiudere per sempre con il capitolo dell’Eta, i terroristi dei Paesi Baschi fanno ancora paura.

È questa la ferita ancora sanguinante della Spagna, il dolore più intimo. Il Vaticano potrebbe favorire un processo di riconciliazione nell’ambito della tregua proclamata dai separatisti dell’Eta. Cinque anni fa una richiesta di questo tipo forse non sarebbe arrivata. La richiesta di un messaggio pastorale di riconciliazione da parte della Chiesa basca per sanare «le gravi ferite» che il terrorismo ha inferto alla società basca è una richiesta coraggiosa da parte del governo, ma soprattutto un riconoscimento importante da parte di un governo che si è sempre professato laicista.

Per anni ha dovuto parare i colpi che arrivavano dal governo laicista di Zapatero. Ma il trionfo di quello che sarebbe stato chiaro con il passare dei giorni si è intuito da subito, da quando cioè il Papa è stato accolto all’aeroporto - a sorpresa- da Zapatero. Un abbraccio e la promessa di incontrarsi il giorno dopo alla nunziatura di Madrid. In privato, a parlare del Paese che arranca, della crisi, dei giovani che protestano in piazza. Si è fatto consigliare, Zapatero. Non è piaciuto ai suoi più radicali quel cambio, quel dietro front verso il Pontefice. La Spagna gira pagina, lo fa riconciliandosi con i vecchi principi. Ieri il Papa ha incontrato il leader del Partito popolare, Mariano Rajoy, l’uomo favorito alle prossime elezioni. E sono molti gli analisti che hanno interpretato questo appuntamento privato di dieci minuti come una scommessa sui popolari.

Nelle piazze migliaia di indignados si sono dati appuntamento per contestarlo, per riversargli tutta la loro frustrazione per un lavoro che non c’è, che non si trova, per una prospettiva che manca. Hanno sfilato con cartelli e striscioni di odio verso il Vaticano, pensavano ai soldi spesi per l’organizzazione di una manifestazione così imponente, non hanno voluto ascoltare quando dalla Santa Sede è arrivata la precisazione che spiegava che i soldi li aveva messi tutti la Chiesa. C’erano gay, difesi e tutelati dallo zapaterismo, organizzati nella «besada» un grande bacio collettivo per provocare, per attirare l’attenzione. Questo a Madrid poteva essere un viaggio complicato per mille ragioni. E Ratzinger lo sapeva. E il successo di Ratzinger sta tutto nella sua semplicità di maestro.

I giovani fuori per le strade hanno imparato ad amarlo senza più fare paragoni con Wojtyla. Lui è il papa teologo, l’intellettuale, ma non per questo distante o distaccato. «Sì, siamo la gioventù del Papa. Siamo la generazione Ratzinger» gridano i giovani venuti da ogni parte del mondo. È vero, non ci sono rimpianti, confronti o nostalgie verso Giovanni Paolo II. Qui e ora è un’altra era. Ci sono cori da stadio, quasi come per una star del rock, anche se lui stesso ci aveva tenuto, prima di partire, a mettere in chiaro le cose: «Questo non è un grande concerto e io non sono una star». Ma il trionfo si conta anche con le piazze piene.