Il «governo a termine» che non piace a Dini

Il bilancio del governo Prodi è fallimentare sotto ogni punto di vista. Ha trattato il Parlamento a pesci in faccia. Alle interrogazioni e alle interpellanze ha risposto poco e male. Ha sfornato decreti legge a gogò e in sede di conversione posto a più non posso la questione di fiducia su maxiemendamenti sui quali ora è intervenuto l'interdetto della Consulta. Difatti i provvedimenti d'urgenza con forza di legge devono essere omogenei in base alla legge sull'ordinamento della presidenza del Consiglio e avere il requisito della straordinaria necessità e urgenza prescritto dalla Costituzione. Le leggi finora approvate, poi, sono appena una quarantina: circa un terzo di quelle sfornate dal Parlamento nello stesso periodo dal secondo governo Berlusconi. Diffidando delle Camere, questo bel governo ha fatto di tutto perché si riunissero il meno possibile.
Con il Quirinale, poi, le cose vanno di male in peggio. Il presidente della Repubblica è infastidito del fatto che il governo si comporti come se avesse una maggioranza sterminata anziché risicata come quella di cui dispone al Senato. Ma la goccia che rischia di far traboccare il vaso è la brutta vicenda Visco-Speciale. Giorgio Napolitano non è affatto soddisfatto di come il governo ha gestito l'affare. Con un Consiglio dei ministri che silura il generale Speciale prospettandogli la carota della nomina a consigliere della Corte dei conti, che adotta un decreto ad hoc carente di motivazione e perciò sorvegliato speciale da parte della Corte dei conti, che al Senato fa tramite il ministro Padoa-Schioppa una ridicola faccia feroce, senza chiarire un bel nulla, e che lo coinvolge con un provvedimento senza capo né coda. A riprova che piove sul bagnato, poi, il governo ha preso una tale mazzata alle elezioni amministrative da lasciarlo senza fiato. Insomma, ormai questo governo è un morto che cammina (si fa per dire).
Lo prova il fatto che si fa un gran parlare degli scenari che si apriranno quando avrà tirato le cuoia. Le elezioni anticipate restano la via maestra, tenuto conto che da oltre un decennio siamo entrati nella democrazia maggioritaria. E obiettare che con questa legge elettorale c'è un rischio di ingovernabilità, non è un buon argomento. Perché, con il nostro bicameralismo paritario, nessuna legge elettorale può garantire la stabilità ministeriale. In alternativa si stanno prendendo in considerazione o un governo istituzionale presieduto dal presidente del Senato Franco Marini o un governo a termine guidato dal senatore Lamberto Dini.
Senonché l'interessato ha spiegato che è «costituzionalmente impossibile» dar vita a un governo a termine, mentre sarebbe possibile cercare un'intesa su pochi e qualificati punti programmatici. Fatto sta che governi a termine ne abbiamo avuti a iosa.
Se la dizione di «governo a termine» non piace a Dini, lo si può anche capire. Il suo ministero, nominato dopo le dimissioni del primo governo Berlusconi, avrebbe dovuto durare pochi mesi per poi andare immediatamente alle elezioni. E invece restò in carica un'eternità: fino al 17 novembre del 1996. L'eventuale bis di Dini non potrà tirare troppo la corda. Perché per evitare il referendum elettorale nella prossima primavera non c'è altra vera alternativa che il ricorso alle elezioni anticipate.
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