GRAAL Alle origini della leggenda

Tradotta per la prima volta integralmente in italiano la trilogia di Robert de Boron. Risalente al XIII secolo, è il più antico romanzo in prosa della letteratura francese

«Nostro Signore vi rivela, re Artù, che il vaso che egli consegnò a Giuseppe in prigione si trova in questa terra e si chiama Graal. Il re Pescatore è stato colpito da una grave infermità: questo male, sappilo, non guarirà - né si salderà la pietra al posto della Tavola Rotonda a cui si è seduto Perceval - finché uno dei cavalieri che siedono a questa tavola non abbia compiuto grandi imprese. Quando si sarà innalzato sopra tutti gli altri e sarà stato riconosciuto come il miglior cavaliere del mondo, Dio lo condurrà alla dimora del ricco Re Pescatore. E quando avrà domandato a cosa serve il Graal e chi viene servito con esso, allora il re Pescatore guarirà, la pietra della Tavola Rotonda si salderà e si dissolveranno gli incantesimi che gravano sulla terra di Bretagna»: siamo qui oltre la metà della trilogia di Robert de Boron, Il libro del Graal (Adelphi, pagg. 344, euro 18), il più antico romanzo in prosa francese (inizi del XIII secolo), che viene oggi presentato in prima traduzione integrale a cura di uno dei nostri più noti filologi romanzi, Francesco Zambon.
La storia del «sacro vaso» nel quale Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue di Cristo martoriato, e che conobbe, come tutto ciò che è inestimabile, una vicenda di sparizioni e successivi ritrovamenti, si configura come la storia di una ricerca (quête), la ricerca per antonomasia, attraverso una serie di prove di iniziazione alla vita - ma, diremo meglio, per il raggiungimento di uno stato di «pienezza» o integrazione che è «riconoscimento» di sé. Scopo ultimo della ricerca, come quello di ogni percorso sapienziale, è il sovvertimento del nostro statuto di uomini, la vittoria sulla morte. E il segreto è in primo luogo un segreto «di parole»; e a una parola, alla giusta frase da pronunciare in un dato momento si deve o meno il successo finale.
Il discorso mai svelato che Gesù risorto fece a Giuseppe nel carcere in cui era rinchiuso resta un mistero, evocato più volte nel corso della narrazione; il suo senso è comunque manifesto («Colui che troverà l’interpretazione di queste parole non gusterà la morte» dice il Cristo in uno dei Vangeli gnostici, quello di Tommaso), come manifesto il fatto che stia nella ricerca, non tanto nei risultati di essa, la garanzia d’immortalità. Non a caso la situazione infausta si ribalta nel momento in cui Perceval formula la domanda che lo dimostra degno di ricevere il Graal; della sua «degnità», anzi, esso si fa emblema.
Per quanto incerta sia la coscienza - in Robert de Boron e in Chrétien de Troyes (che egualmente ha narrato la saga, poco prima di lui, tra XII e XIII secolo) - della valenza esoterica della propria narrazione, sta di fatto che si tratta comunque di una trasmissione di insegnamenti iniziatici, destinati a un certo ascolto («Chi ha orecchie per intendere, intenda» ripete Gesù nel Vangelo di Tommaso). Ed emerge, nella trilogia, per le cose narrate e nella struttura stessa del romanzo, la contaminazione tra le varie tradizioni, e come con esso si intenda in qualche modo sancire la veridicità di ciascuna con il sostegno delle altre: il simbolismo celtico, con le sue componenti druidiche, e quello cristiano si saldano in un tutto indissolubile, all’ombra unificatrice del Cristo.
I tre libri di Robert de Boron recano i nomi dei tre personaggi che, dopo il Cristo e per sua volontà, hanno un ruolo fondamentale nella conservazione del suo sangue e dei valori interiori ch’esso simboleggia: Giuseppe di Arimatea, il seguace che ne riceve direttamente la reliquia; Merlino, il veggente che nelle terre di Bretagna guida la trasmissione dei poteri iniziatici; Perceval, il perfetto cavaliere, che dopo un lungo percorso, fatto di prove e di combattimenti, si dimostra infine possessore della conoscenza e del bene (che coincide con la virtù cavalleresca). Alcune caratteristiche del Cristo-uomo tornano in queste figure, a istituire una linea di continuità tra la tradizione delle origini e i suoi sviluppi: Merlino è presentato come un profeta, la cui nascita «senza padre», da donna che si proclama pura, ha molto di affine alla nascita di Gesù. Così anche in Artù svariate sono le analogie con il cristianesimo: la sua Tavola Rotonda (istituita a imitazione di quella dell’Ultima cena, in cui celebrare il mistero del Graal), attorno alla quale dodici sono i cavalieri, restando vuoto - finché Perceval non si dimostrerà meritevole di occuparlo - il posto di Giuda; Artù tradito da uno dei cavalieri come Gesù da Giuda... Solo qualche esempio tra i tanti reperibili nel romanzo, che è anche «romanzo di un romanzo»: storia di come un libro di argomento sacro acquisti esso stesso sacralità; di come nella parola, ancora una volta, risieda la maggiore virtù, quella di rischiarare la notte che avvolge il destino dell’uomo. Nel Libro di Merlino Robert de Boron narra anche, in parallelo, la genesi del suo libro: che Merlino medesimo detta al chierico Blaise, predicendogli, per esso, eterna fama: «Devi anche sapere che il tuo libro sarà molto amato, e che numerosi sapienti lo studieranno con attenzione». Libro segreto, per chi ha orecchie da intendere...
Ben sottolinea Zambon, nell’introduzione, il valore anche metaletterario di certe affermazioni dell’autore, con le quali si allude «a un rapporto profondo fra la storia del sacro vaso e la forma-romanzo»; e come egli congiunga, con Il Libro del Graal, Oriente e Occidente, la Palestina alla Terra di Avalon, e le rispettive letterature. Il Libro di Merlino vuol essere diretta filiazione di quello di Giuseppe, quindi di quello - non scritto - del Cristo. La vicenda evangelica si intreccia al ciclo bretone, come un’unica narrazione: «Così il libro di Giuseppe sarà unito al tuo... in realtà di tratta dello stesso libro» dice Merlino a Blaise.
Ma ciò che sembra stare maggiormente a cuore all’autore sono i valori cavallereschi, e pare, leggendo delle avventure di Perceval - il vero cuore del romanzo - che tutto sia stato concepito con lo scopo di celebrare la cavalleria, le qualità dell’eroe e la sua forza interiore. Così, se è vero che ogni libro del genere può essere letto anche sotto il puro aspetto della narrazione (il lato «essoterico»), questo, soprattutto nelle parti sulle peripezie di Merlino e di Perceval, offre in tal senso grande diletto: ci immerge nel mondo prodigioso delle foreste della Gran Bretagna, coi suoi castelli incantati e le magiche scacchiere, fanciulle da salvare, immagini che prendono vita e che divengono temibili cavalieri; spettri che sorgono dall’oltretomba e contrastano l’eroe nel suo cammino; draghi che si rivoltano nelle profondità della terra impedendo l’opera dell’uomo. Un immaginario dalla ricchezza rara che ancora oggi non ci abbandona.