GRAMIGNA Ciò che resta di un poeta

Da Giuliano Gramigna mi aspettavo di anno in anno il romanzo «definitivo», quello che avrebbe coronato un percorso lungo il quale (da Un destino inutile, 1958, a La festa del centenario, 1989) tutti gli accorgimenti della narrativa moderna l’autore mostrava di averli tesaurizzati, filtrati e talvolta esibiti con intenzione, trattenendosi al di qua della soglia del patetico anche o proprio per mezzo di questa ostensione degli alambicchi del suo laboratorio. D’altro canto, in parallelo o meglio in una fertile concomitanza coll’esercizio del narrare, Gramigna ci ha lasciato alcuni importanti saggi di teoria e analisi del romanzo, specie quelli raccolti nel 1980 in La menzogna del romanzo (Garzanti), dove la provocatoria «menzogna» enfatizzata nel titolo è naturalmente generatrice di una sua peculiare «verità», siano in causa Joyce o Svevo, Proust o Butor, Flaubert o Conan Doyle. Senza dire che sussiste, in rapporto mobilissimo con quella dell’opera, anche la «verità» del lettore.
Mi aspettavo l’ottavo numero di una ingegnosa trafila che non nascondeva i propri debiti, anzi li dichiarava apertamente. In un siffatto romanzo, rimasto nella sfera del probabile, mi immaginavo che le ragioni dei sette precedenti (in particolare, giudico felici le costruzioni di Marcel ritrovato, 1969, e de L'empio Enea, 1972), liberassero fino in fondo alcune energie primarie - sì, anche il cuore! - che una timidezza o una discrezione innata consigliava Gramigna di frenare, o semmai di coltivare ma come oggetto di puntigliose disamine.
Così, in qualche punto delle sue storie poteva accadere che, grazie all’espediente di una nota a piè di pagina, lo scrittore si sdoppiasse: personaggio e insieme chiosatore del caso relativo al personaggio, dal quale in tal modo si distanziava mentre aveva l’aria di tallonarlo più che mai dappresso. Citavo Marcel ritrovato: con, in copertina, la pianta del quartiere di Parigi in cui s’era eclissato inspiegabilmente il milanese Marcello. «Ricerca» e «ritrovamento»: la lezione di Proust, segreta o palese, era un fluido continuo, in Gramigna, e non solo nel suo attuato valore di modello multiplo e unitario. Il ciclo della Recherche esemplarmente reagisce - forse più di ogni altro capolavoro moderno - alle sollecitazioni di una lettura freudiana. Perché dall’arco di Freud scoccano le frecce capaci di colpire in profondo, in quell’area di significati che l’autore non ha voluto sospingere sulla superficie del foglio. E a Freud rinvia lo schema antagonistico de L’empio Enea: un padre e un figlio amorosamente nemici che s’investono, ciascuno, anche del ruolo dell’altro.
Chi prenda i saggi brevi riuniti nel 1986 in Le forme del desiderio (Garzanti) s’imbatte subito nel nome di Jacques Lacan, freudiano estremista e «sghembo», che da noi Gramigna è stato, credo, fra i pochi a consumare e a digerire integralmente. L’«effetto Lacan» si muta, lapsus fatale, in un «affetto Lacan»; e del resto col lapsus convivono, anzi se ne cibano volentieri, alcuni fra gli autori che Gramigna prediligeva, come il poeta Cesare Viviani, che nella lista delle sue simpatie si allinea a Ottieri e a Zanzotto (per limitarci a un Novecento italiano che peraltro non trascurava Montale, Penna e Pasolini, afferrati da Gramigna in un dettaglio utile a comporre il «ritratto» pieno).
Il citato «desiderio» è «desiderio» di colui che scrive e «desiderio» di chi legge; ma anche, e più incisivamente, un «desiderio» implicito nell’atto medesimo della lettura.
Intreccio e complicità, non separazione e alternativa, si verificano fra i registri di Gramigna narratore, lettore, poeta. È un itinerario, quello del poeta, distribuito in una decina di raccolte, da La pazienza (1958) e Robinson in Lombardia (1964) fino a L'annata dei poeti morti (1998) e a Quello che resta (2003). In questa bibliografia, titoli come L'interpretazione dei sogni (1978) e Es-o-Es (1980) inalberavano troppo vistosamente l’insegna freudiana per non dare adito al sospetto che il poeta se ne avvalesse anche a scopi di parodia.
Ma i due libri ultimi, del 1998 e del 2003, se non tacitavano minimamente né emarginavano gli splendidi fantasmi di una biografia intellettuale (da Henry James a Baudelaire, da Pound a Mallarmé...), discioglievano spesso queste occasioni in un bacino emotivo alimentato da altre memorie e presenze. Al richiamo di quei suggestivi mèntori s’alternava, più toccante del solito, quello di altre «sostanze» densamente evocative. Si accentuava il segno-radice di Casalecchio, il borgo delle vacanze infantili (milanese d’adozione, Gramigna era però nato, nel 1920, a Bologna); e nel reticolo delle sue vie, nella forza dei suoi nomi e numeri, Milano, se resisteva, era tuttavia una metropoli ben diversa, da quando la vita, con doloroso stupore, si scopriva sacrificata nelle secche della «terza età».
Qui non ricorro a un eufemismo ipocrita: è che non riuscirei a parlare di «vecchiaia» per uno scrittore qual è stato Giuliano Gramigna, disposto senza riserve all’appuntamento col dèmone della letteratura, a intercettarne e a rilanciarne le veritiere «menzogne».