Il «grande affare» del biodiesel che piace agli ecologisti

Caro Granzotto, non ho mai trascorso un’estate più tormentata di questa! Una brutta notizia dietro l’altra tra allarmi siccità, scioperi e caos nella consegna delle valigie negli aeroporti, incendi boschivi, ubriachi e drogati che al volante falciano innocenti vite umane, bambini abbandonati nel supermercato, pazzi omicidi lasciati liberi di reiterare il crimine e ora l’annuncio che in autunno aumenteranno le tariffe elettriche e del gas (figuriamoci la bolletta del riscaldamento!) e il costo di molti generi alimentari di prima necessità. Le associazioni consumatori parlano di un aumento di oltre il cento per cento per il pane, il latte, i prodotti a base di cereali e la carne. Questo perché sarebbe aumentato vertiginosamente il prezzo dei cereali e quindi anche quello dei foraggi avendo gli agricoltori convertito le colture alla produzione del «carburante verde». Morale della favola, avremo auto meno inquinanti ma più fame. Valeva la pena?


Ma dico, caro Venardi, vuole o non vuole salvare Terra Madre che per via del riscaldamento globale cagionato da quel mascalzone dell’uomo sta tirando le cuoia? Ma lo sa cosa dicono gli «scienziati» dell’Onu? Che se non ci si rimbocca le maniche di qui a una cinquantina d’anni adieu Terra Madre. Non vi resterà che sabbia e, forse, qualche lucertola. E a sentire il Gran Giuggiolone Verde, Al Gore, il «biodiesel» è la medicina adatta per rinfrescarla un po’, evitandole così di finire arrosto. Però c’è un però. Essendo giacobina l’ecologia ritiene il genere umano sacrificabile all’Idea, al Principio e all’Ideale. E dunque, con un’alzata di spalle, passa sopra a un dato incontrovertibile: la superficie coltivabile è, grosso modo, quella che è. E datosi che circolano 700 milioni di veicoli ciascuno dei quali consuma mediamente poco più di una tonnellata di carburante all’anno e che per generare l’energia prodotta da un litro di benzina ne servono quattro di «bio», i casi sono due: per soddisfare la richiesta o si disbosca qualche milione di ettari da destinarsi alla coltura di mais, soia, senape ed altro vegetale destinato alla produzione di biocombustile, o si dimezza l’area destinata alla produzione alimentare. Nel primo caso si commetterebbe un crimine ecologico di portata gigantesca, nel secondo si affamerebbe metà del genere umano rendendo più povero il restante. E non è nemmeno da dire che la via di mezzo, ovvero la coltivazione in (relativa) piccola scala di vegetali destinati al processo chimico per produrre biodiesel sia rose e fiori. Oltre all’aumento del prezzo dei cereali, dei loro derivati e della carne (in Cina quella di maiale, alimento diciamo così nazionale, è schizzata a più 43 per cento) c’è l’oltraggio ecologico. È noto che per gli agricoltori il biodiesel risulta una pacchia essendo quel genere di coltivazione estremamente redditizio. E questo perché? Perché se trenta ettari di colza o di granoturco non sono destinati all’alimentazione umana o animale, ma a far carburante, con i pesticidi e lo sfruttamento del suolo ci si può allegramente andar giù con mano pesante.
Non sono competente in materia e dunque vado, come si dice, a naso. E il naso mi avverte che sotto il virtuoso manto dell’ecologia si nasconde la fregatura. Per me, le automobili potrebbero andare anche a Lambrusco se questo servisse a placare i rodimenti degli ecoapocalittici e a far cessare il tormentone sul riscaldamento globale. Quindi si figuri, caro Venardi, con che esultanza farei il pieno di biodiesel. Ma sempre il naso (e le cifre) mi dicono che anche a disboscare l’intera foresta amazzonica, anche a far morire di inedia qualche miliarduccio di esseri umani, i conti non tornano. Basterebbe infatti che un paio dei 15mila vulcani attivi soffrissero un po’ di aerofagia per annullare in una sola botta i vantaggi ecologici di tutta una annata di traffico a biocarburante.