Il grande Giosue, vecchio leone della Terza Italia

Carducci riscoperto. Proprio così. A quanti ragazzi capita, come alle nostre generazioni, che gli insegnanti chiedano di mandare a memoria poesie indimenticabili come Davanti San Guido, Pianto antico, Il bove? Il grande poeta, in effetti, è dimenticato da anni. Ce lo ricorda ora con un robusto volume, Giosuè Carducci, scrittore, politico, massone (Bompiani, pagg. 571, euro 12,50) lo storico piemontese Aldo Alessandro Mola. Mola è storico collaudato, ha scritto i più bei saggi su Giolitti e Silvio Pellico, una Storia della monarchia in Italia e la Storia della massoneria italiana.
Sì, questo solido volume è la riscoperta di un nostro grande poeta che la cultura italiana ha, si può dire, quasi gettato alle ortiche: il suo editore, Zanichelli, l’ha addirittura tolto dal catalogo, i Meridiani mondadoriani l’hanno finora snobbato. È quasi incredibile. Eppure Carducci fu il primo Premio Nobel italiano per la letteratura. Primo in assoluto, tra l’altro, anche se quell’anno, 1906, un Nobel per la medicina fu assegnato pure al professor Camillo Golgi, patologo di Pavia.
Ottenuto il Nobel (dicembre 1906), Carducci morì due mesi dopo, il 16 febbraio 1907. Sono cent’anni, ne aveva 71, essendo nato nel 1835. Non fu amato, né fece molto per farsi amare. Era, come si avverte del resto dalla sua forte poesia e nella sua prosa ancora più vigorosa, uomo di gran carattere, tutt’altro che compiacente, eretico per natura. Fu repubblicano, mazziniano, poi improvvisamente la conversione alla monarchia con quella sua ode Alla regina d’Italia (1878), affascinato da Margherita di Savoia, di cui divenne il vate, che per lui ebbe riguardi fino alla morte: ne acquistò la biblioteca e poi addirittura la casa in cui lui morì a Bologna. Il che, da vivo, gli procurò attacchi assai aspri dalla sinistra e dai mazziniani, tranne che da Aurelio Saffi, triumviro nel 1849 con Mazzini e Armellini della Repubblica Romana.
Dice l’autore di questo volume assai polemico: nei 71 anni della vita di Carducci c’è la biografia della Terza Italia (la prima, quella classica latina, la seconda quella dei Comuni). Ed è vero: è stato il poeta che diffuse tra gli italiani l’orgoglio della loro identità. Il Risorgimento era stato un fenomeno non di folle, ma di piccole minoranze. Scrisse: «Oggi siamo troppo francesi, troppo inglesi, troppo tedeschi, troppo americani; siamo individualisti, socialisti, autoritari; tutto, fuor che italiani».
Era un fustigatore, non cercava consensi facili. I suoi due quasi contemporanei, altrettanto grandi poeti, Giovanni Pascoli (1855), che gli doveva laurea e cattedra a Bologna, e Gabriele d’Annunzio (1863), non gli furono certo amici, un po’ per umana gelosia e soprattutto per voglia di primato. La verità è che la sua poderosa personalità dava ombra e inoltre, si direbbe oggi a Milano, l’autore delle Odi barbare era malmostoso, respingente. Fino a rifiutare, per esempio, una prestigiosa cattedra a Napoli offertagli (1867) dal ministro Broglio.
Fu consigliere comunale a Bologna, accademico della Crusca, senatore del Regno, voluto da Crispi (1890). Massone, ma non anticlericale come lo erano molti «liberi muratori» allora. Quel che non si capisce è perché duri tuttora l’ostilità ad un poeta che certamente fu, più di altri, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, artefice della vita culturale dell’Italia divenuta finalmente libera e unita. Giolitti, presidente del Consiglio, quando Carducci morì, in un memorabile discorso in Parlamento propose che gli fosse dedicato un monumento nazionale, arrivando a paragonarlo a Vittorio Emanuele II e a Garibaldi per il contributo dato alla creazione della nuova Italia nelle coscienze dei cittadini. Il monumento non c’è mai stato ed egli è sepolto nella Certosa di Bologna.