Il grande ipocondriaco vittima di sesso e noia

Per decenni tenne un diario dove annotò ogni disturbo. Uomo dal grande spirito, era però spesso preda della carne. E convinto d’aver fatto un patto col Diavolo

Apprezzava l’ironia e se ne considerava la quintessenza. In realtà, poteva annoiare parecchio e meno che mai faceva ridere. Ma fu talmente innamorato di sé che gli era impossibile guardarsi con obiettività. Era convinto di emanare megatoni di fascino, irradiava invece una irritante prosopopea.
In casa, aveva l’atteggiamento raggelante del mozartiano Convitato di pietra. Trascorreva ore nello studio e nulla e nessuno doveva disturbarlo. Custode della sua concentrazione era la moglie, la quale chiudeva ogni porta per isolare il marito e allontanava i figli perché non venissero a contatto col padre. Le rare volte in cui i pargoli erano ammessi al suo cospetto, il primo istinto era filarsela. «Quello che provavo davanti a lui - dichiarò uno di loro - era solo silenzio, severità, nervosismo e ira. Dieci minuti in sua presenza erano una tortura». Seminando vento, il Nostro raccolse tempesta. Due sue sorelle si uccisero e morì suicida anche il figlio che gli somigliava di più.
Questo padreterno tenne per decenni un Diario. Alla vigilia della morte, lo sigillò in una busta con l’ordine di non aprirla per 20 anni. Quando fu pubblicato nel 1975, il Diario si rivelò per quattro quinti una banalità. C’erano futili appunti sulla sua vita quotidiana. I pasti, le letture, il vestito ritirato dalla tintoria, l’appuntamento dal pedicure l’indomani e quello dalla manicure la settimana successiva. Raramente le annotazioni sono accompagnate da osservazioni che ne spieghino l’interesse. Come se una qualsiasi cosa fatta da lui, fosse di per sé meritevole di essere tramandata.
Insistenti sono le notizie sui travagli del suo stomaco. «Indisposto; dolori alla vita causati dal colon», scrive nel 1918. «Leggeri dolori addominali», racconta nel 1919 e nello stesso anno annuncia: «Ho potuto fare i miei bisogni dopo la prima colazione». Una pausa di 14 anni, poi nuovo allarme: «Propensione alla diarrea». Negli anni successivi, ormai sessantenne, le budella entrano decisamente in fibrillazione. «Mi fa male l’intestino» (1935), «Ho lo stomaco sporco» (1937), «Stitichezza» (1939). Una sola volta la sua attenzione si sposta dallo stomaco. Capita nel 1936 quando ci fa sapere: «Sono stato un bel pezzo senza dentiera. Patimenti».
Pur essendo dotato di forte spiritualità, il Nostro è spesso preda delle debolezze della carne. Ne parla volentieri e le analizza con più cura delle diarree. «Notte sessuale. Non si può desiderare la calma in questo campo»; «Ieri ho subito un attacco di natura sessuale, poco prima di andare a dormire, che ha avuto gravi sequele nervose: grande eccitazione, paura, insonnia, acidità di stomaco». Talvolta, le cause dei suoi impulsi erotici sono decisamente originali: «Turbamento sessuale di fronte all’impossibilità di rifiutarmi di fare il necrologio per Eduard Keyserling». Keyserling era un barone baltico, ottimo romanziere, ed era appena morto. Cosa ci fosse di eccitante in tutto ciò, è incomprensibile. Il Nostro non lo spiega e non ci resta che attribuirlo ai feticci della sua esasperata sensibilità alla quale si sentiva condannato dalla sua natura di artista. Era infatti convinto di essere legato a un patto con Belzebù come il dottor Faust.
Ciò che invece non si sarebbe mai aspettato, né noi ci aspetteremmo da lui data la sua assoluta e insistita rispettabilità borghese, è la latente omosessualità. Eppure il Diario pullula di indizi. Ciò spiega forse perché il Nostro decise di autorizzarne la pubblicazione solo diversi anni dopo la sua morte. Un giorno andò a una conferenza del lirico indiano Tagore. «A me sembra una vecchia signora inglese», osservò deluso. Fu invece attratto dal figlio del poeta, «bruno, muscoloso, d’aspetto assai virile» e «ammaliato - annota - da due giovani che mi erano sconosciuti, bellissimi, forse ebrei». La compagnia di «un giovane vigoroso dagli aurei capelli - scrive altrove - mi immerse in un dolce rapimento». E la settimana dopo racconta: «un giovane giardiniere, dalle braccia scure e il petto nudo, mi diede molto da fare». Cosa, è taciuto.
Il Nostro ha prodotto tre capolavori, uno ogni quarto di secolo. Il primo a 25 anni, nel 1900. Nel 1924 uscì una sua storia ambientata nei Grigioni. Nel 1947 terminò una specie di compendio musicale sulla dodecafonia al quale collaborò il filosofo e musicologo T.W. Adorno. Ebbe diverse nazionalità: cecoslovacca, tedesca, statunitense, svizzera. Morì a 80 anni. Soddisfatto di sé e con sollievo dei cinque figli superstiti.
Chi era?