Grano, pesce, riso Dalle tavole è sparito il «made in Italy»

Concorrenza, regole Ue e perfino i capricci del clima: molti alimenti arrivano ormai solo dall'estero

di Daniela Uva

Grano, agrumi, miele, zucchero, riso. E poi decine di eccellenze del nostro patrimonio agroalimentare. Nel giro di qualche anno potrebbero sparire per sempre. Estinguersi, strette fra la concorrenza estera sempre più agguerrita e un clima che sembra impazzito. Coldiretti, la maggiore associazione del settore agricolo, snocciola i dati di una catastrofe ancora poco conosciuta: negli ultimi 25 anni è scomparso oltre un quarto della terra coltivata (circa il 28 per cento) e così la superficie agricola utilizzabile si è ridotta a 12,8 milioni di ettari.

In 15 anni è anche sparita una pianta da frutto su tre: il crollo è del 33 per cento, con il frutteto italiano passato da 426mila a 286mila ettari. Il risultato è una perdita stimata in 14 miliardi di euro in soli dieci anni. E, a quanto pare, siamo solo all'inizio. Emblematico è il caso del miele, da sempre considerato una delle bandiere del Made in Italy nel mondo. Ormai sugli scaffali dei supermercati una confezione su due è straniera, mentre il rischio di importare vasetti contraffatti cresce.

La colpa è soprattutto del clima, che anche quest'anno ha messo in ginocchio gli addetti al settore: la produzione del 2019 è già dimezzata, solo quella di miele di acacia e di agrumi ha fatto registrare una contrazione del 41% rispetto alle attese: in termini economici questo significa una riduzione dei ricavi di 73 milioni di euro. La raccolta nazionale sarà al di sotto degli oltre 23,3 milioni di chili del 2018, mentre le importazioni - il 50% dall'Ungheria e il 10% dalla Cina - risultano pari a 8,2 milioni di chili nel solo primo quadrimestre dell'anno.

LO ZAMPINO DELL'UE

Sono, invece, le politiche messe in campo dall'Unione europea a creare problemi ai nostri zuccherifici. La produzione di barbabietola italiana è ormai azzerata, mentre sono quasi del tutto venuti meno gli incentivi comunitari che, fino agli anni Novanta, avevano permesso a 19 grandi zuccherifici nazionali di prosperare. Oggi di questi stabilimenti ne rimangono solo tre e così, a fronte di consumi stimati in oltre 1,7 milioni di tonnellate all'anno, la produzione italiana è ferma a sole 300mila. La maggior parte dello zucchero arriva, infatti, da multinazionali francesi e tedesche che detengono circa il 75% della produzione continentale. Ad annaspare, nel mare dei regolamenti internazionali che non funzionano a dovere, sono anche diverse varietà di pesce. Sempre secondo Coldiretti, otto su dieci consumati nel nostro Paese arrivano dall'estero. Soprattutto perché al momento manca l'obbligo di indicarne l'origine nei piatti serviti al ristorante e questo permette di spacciare per locali esemplari che invece non lo sono. Il risultato è che nei nostri mari si pescano ogni anno circa 180 milioni di chili di pesce, ai quali vanno aggiunti altri 140 milioni di chili prodotti in acquacoltura. Mentre le importazioni hanno ormai superato il miliardo di chili.

COSA IMPORTIAMO

E così troppo spesso il pangasio del Mekong viene venduto come cernia, il filetto di Brosme viene spacciato per baccalà, l'halibut o la lenguata senegalese sono commercializzati come sogliole, lo squalo smeriglio si «trasforma» in pesce spada, il pesce ghiaccio viene servito al posto del bianchetto e il pagro sostituisce il dentice rosa. Emblematico è anche il caso del riso, altra bandiera del Made in Italy di qualità. Grazie a una serie di accordi Ue che agevolano le importazioni da Paesi come il Myanmar o la Cambogia, facendo precipitare i prezzi, circa 4mila imprese italiane sono in profonda crisi.

«Siamo di fronte a una situazione davvero molto difficile conferma Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti-. Le cause sono molteplici, ci sono i cambiamenti climatici che rendono l'andamento stagionale sempre più tumultuoso e i raccolti scarsi sia in termini di qualità sia di quantità, ma anche malattie aliene che nel nostro ambiente non trovano antagonisti naturali. Non solo la xylella, ma anche la cimice asiatica e il moscerino dagli occhi rossi. Infine c'è anche il problema della concorrenza, qualche volta sleale, non solo dei Paesi extra Ue, ma anche di quelli aderenti all'Unione». E così aumenta l'import da nazioni come Spagna, Brasile, Sudafrica e Argentina da dove arrivano enormi quantità di pesche e agrumi.

«Tutto questo mentre in Sicilia negli ultimi 15 anni si è registrata una contrazione della superficie coltivata a limoni pari al 50%», prosegue l'esperto. O da Paesi come il Canada, dal quale l'Italia importa il 60% del grano tenero e il 40% di quello duro. Allo stesso tempo altre produzioni soccombono perché da oltre confine arrivano malattie sconosciute. Come la xylella che fa strage di ulivi in Puglia. «C'è però anche la cimice asiatica, che sta distruggendo interi raccolti di mele e kiwi. E il moscerino dagli occhi rossi, che colpisce le ciliegie e sta causando un calo dell'80% nella produzione di pere» prosegue Bazzana. Accanto ai prodotti di larghissimo consumo, c'è anche una costellazione di piccole eccellenze territoriali, per le quali l'estinzione potrebbe essere vicina. Secondo Coldiretti la lista comprende patata turchese abruzzese, pera angelica delle Marche, mais spin del Trentino, peperone crusco lucano, fagiolina del Trasimeno, mela campanina dell'Emilia, barattiere pugliese, zucchina trombetta della Liguria, cece nero della Murgia carsica. Oltre a numerosissime varietà di formaggi.

LE COLPE DELLE IMPRESE

Ma il dito non può essere puntato solo su cause esterne. «In parte la responsabilità è anche dei produttori italiani precisa Angelo Di Gregorio, docente di Economia e Gestione delle imprese all'università di Milano-Bicocca - perché non sempre sono in grado di far percepire la qualità del Made in Italy ai consumatori, spingendoli così a spendere un po' di più pur di non acquistare prodotti importati. È tutta la nostra manifattura a soffrire di questo limite». Il problema sta, innanzitutto, nella dimensione delle imprese. «Nella maggior parte dei casi sono troppo piccole per svolgere tutte le attività commerciali necessarie per convincere i clienti della maggiore qualità» dice l'esperto. Inoltre manca un'adeguata cultura manageriale. «I nostri imprenditori sono ancora troppo focalizzati sulle competenze legate al saper fare prosegue -, mentre dovrebbero migliorare quelle relative al saper vendere in un mondo globalizzato e digitalizzato». Un aspetto, questo, legato anche al mancato ricambio generazionale. «Le piccole e medie aziende italiane sono spesso guidate in modo accentrato conferma Di Gregorio -. Gli imprenditori monopolizzano la maggior parte delle competenze, coinvolgendo le nuove generazioni tardi e male. In tanti sono falliti o hanno dovuto vendere perché non sono stati capaci di cambiare, per crescere e svilupparsi». Infine non ci sono abbastanza investimenti nel campo delle nuove tecnologie, del marketing e della comunicazione. Un grosso limite, che rischia di far sparire una grossa fetta del nostro Made in Italy.