GRANTA Questi scrittori saranno famosi

Esiste una palla di cristallo capace di profetizzare quale sarà la letteratura americana del futuro? Considerando la vastità della produzione letteraria degli Stati Uniti, e la difficoltà di trovare strumenti critici certi, sembra una domanda destinata ad avere una risposta negativa. E invece dobbiamo rispondere di sì. Questa palla di cristallo esiste, ed è la rivista inglese Granta.
Nel 1983, quando con un numero monotematico per la prima volta provò a selezionare i migliori scrittori giovani britannici, scoprì talenti come Salman Rushdie, Ian McEwan, Martin Amis e Kazuo Ishiguro, in sostanza l’attuale geografia dei valori letterari anglosassoni. Da allora, le diverse raccolte di Best of Young uscite con cadenza decennale non hanno sbagliato un colpo, o solo alcuni: in particolare nella edizione americana del 1996 vennero inclusi Jonathan Franzen, Jeffrey Eugenides e Lorrie Moore, ma mancarono nomi come David Foster Wallace, Michael Chabon e soprattutto lo straordinario Richard Powers.
A dieci anni di distanza, per ovviare a queste sviste, il Best of Young American Novelist di Granta, uscito da pochissimi giorni negli Stati Uniti, ha semplificato il sistema di selezione. Nell’introduzione, il direttore Ian Jack, racconta che da giurie composte per aree geografiche si sia passati a una autarchia redazionale: se sbagliamo, ci dice, siamo noi a sbagliare e ce ne prendiamo la responsabilità. Ma non è l'unico cambiamento, l’altro riguarda l’età degli autori, mentre nelle altre raccolte il limite era quarant'anni, oggi è stato spostato a trentacinque. Nel nuovo millennio gli scrittori crescono rapidamente e non devono più essere sottoposti a quello che Jack chiama «conservatorismo editoriale». Il risultato è una lista di venti racconti e di venti nomi, alcuni molto noti come Jonathan Safran Foer e alcuni sconosciuti, che rappresentano il meglio di ciò che oggi si scrive in America. Ecco l’elenco completo: Daniel Alarcon, Kevin Brockmeier, Judy Budnitz, Christopher Coake, Anthony Doerr, Jonathan Safran Foer, Nell Freudenberger, Olga Grushin, Dara Horn, Gabe Hudson, Uzodinma Ideala, Nicole Krauss, Rattawut Lapcharoensap, Yiyun Li, Maile Meloy, ZZ Packer, Jess Row, Karen Russell, Akhil Sharma, Gary Shteyngart, John Wray.
La prima cosa che colpisce è la composizione etnica del gruppo: un terzo degli scrittori presenti non sono nati negli Stati Uniti - Alarcon in Perù per esempio, Olga Grushin e Gary Shteyngart nella vecchia Unione Sovietica, e poi ci sono Cina, India, Nigeria e Thailandia - e molti altri sono americani solo di prima generazione. Difficilmente si può pensare a questa varietà come a un fattore nuovo in quella particolare tradizione letteraria, se pensiamo a Kerouac, canadese di lingua francese, o a Saul Bellow; ma in Granta colpisce la vastità del fenomeno. Le differenze etniche sembrano sostituire il realismo delle classi sociali della narrativa da creative writing che spopolava nel dopo Carver. Tutta una poetica sembra scomparire e venire sostituita da qualcosa di più vitale, che tra l’altro assomiglia molto alla forza innovativa che nella letteratura inglese hanno le opere di Zadie Smith, Hari Kunzru e Monica Ali. Una letteratura da Brick Lane, fatta di ibridazione, di meticciato. Come nota acutamente Meghan O’Rourke, se la letteratura americana in passato cercava con forza di assimilare il mondo, oggi va verso il mondo. Lo sguardo di questi narratori non si concentra più sui minimi gesti pregni di significato di Carver, ma si fa onnicomprensivo e vorace. Anche se di una voracità dolente, quasi malata. L’essere americano non comporta una sicurezza in termini di valori, ma uno stato di incertezza e ansietà. Judy Budnitz per esempio scarica la negatività attraverso la visione di un palazzo completamente infestato di pidocchi. Una metafora disgustosa trattata attraverso il linguaggio della follia che si incrocia con quello della burocrazia. Daniel Alarcon inizia il suo racconto nello stesso momento esistenziale in cui inizia «L’opera struggente di un formidabile genio» di Dave Eggers. La morte dei genitori è vista come momento di ricognizione del dolore, principio di realtà che ti costringe a pensare alla tua vita come una sorta di morte differita. Per Cristopher Coake, la morte arriva con la e-mail di una sconosciuta, un dolore impersonale, mediato dalla rete informatica. Per Safran Foer il disagio è rappresentato da una serie di stanze mentali che mimano un dialogo impossibile e ricordano le stanze vuote che nella mistica portano verso dio. La differenza è che almeno una di queste stanze è protetta con dei costosissimi sistemi di sicurezza.
Per trarre alcune prime conclusioni da un volume di 350 pagine fittissime, possiamo quindi parlare di etnico e di ansia e precarietà, di cedimento di una idea di America forte per una apertura al resto del mondo. Ma rimane un’ultima cosa da dire. A dispetto degli esotici luoghi di nascita degli autori, e del male latente che pervade i racconti, questi giovani scrittori americani sono dal primo all’ultimo dei privilegiati. Nella raccolta di Granta dei migliori scrittori inglesi del 2003 si era notato che il sessanta per cento venivano da Cambridge e Oxford: allo stesso modo quattordici dei venti scrittori del Best of Young American provengono da università della Ivy League o da Università dello stesso prestigio (e con gli stessi costi) come Stanford e Oberlin. E quasi tutti questi scrittori, nonostante l’età giovanissima, sono riusciti a trovare una collocazione nel mondo accademico (spesso come visiting writer) che permette loro di avere il tempo materiale, il brutale tempo materiale, per scrivere professionalmente. Credo che più che altre cose, questo scavi il profondo divario che esiste fra la narrativa italiana e quella americana. Laggiù non ci sono scrittori giudici, o scrittori avvocati, o scrittori giornalisti, o scrittori pubblicitari. Ci sono scrittori che fanno gli scrittori. L’Italia sarebbe un paradiso letterario se riuscisse, anche leggermente, a cambiare il suo sistema universitario in questo senso.