A Grottaferrata la bizantina solo la cucina non è orientale

Nell’abbazia di San Nilo la storia, l’arte e la cultura ti piombano addosso

Renato Mastronardi

Quando San Nilo arrivò a Grottaferrata, per fondare l’omonima abbazia, non si pose il problema dell’origine del suo toponimo. Anche perché non volle perdersi nella selva delle diverse ipotesi che, ancora oggi, vedono guardarsi in cagnesco quelli che l’etimo lo vogliono derivare da Crypta Ferrata (una doppia grata di ferro posta alle finestre di una cella sepolcrale di fattura romana) e quanti, invece, sostengono che il suo nome discenda dalla Crates Ferreae che, secondo il rito greco, separavano l’altare maggiore della basilica dal resto della chiesa. Un fatto è certo: la storia della cittadina si confonde, spesso e volentieri, con quella della più celebre abbazia dei Colli Albani. Per lo meno fin quando i monaci greci-basiliani, sotto il magistero di San Nilo, fissarono la loro dimora sui resti di una magnifica villa romana. Qui, protetti da papa Gregorio I e dai Conti di Muscolo, i monaci, nel 1004, iniziarono la costruzione del cenobio che fu consacrato al nome di Maria. Tuttavia, e nonostante le protezioni dei conti di Muscolo e di alcuni papi, il suo territorio nel corso del XII secolo fu devastato da una continua lotta fra nobili feudatari e principi della chiesa romana. Tant’è che, prima sotto il pontificato di Pio II (1457-1464) e, quindi, con il cardinale Giuliano della Rovere, la sede vaticana decise di dotare l’abbazia di una valida difesa. Per questo il complesso monastico fu munito di bastioni e di una solida cinta muraria. La stessa che, ancor oggi, desta l’ammirazione dei visitatori.
Da vedere. È il caso di dirlo: qui, dall’abbazia basiliana, la storia, l’arte e la cultura ti piombano veramente addosso. L’antico cenobio conserva importanti e numerose testimonianze e opere d’arte: mosaici del XI e del XII secolo nella chiesa e, nella cappella farnesiana, affreschi del Domenichino ed altri del XII secolo, un fonte battesimale sempre dello stesso secolo. Nell’annesso museo archeologico si conservano preziose testimonianze che vanno dall’inizio dell’Età del Ferro all’epoca romana, medioevale, rinascimentale e moderna. C’è, infine, la biblioteca, ricca di codici e di incunaboli, che ospita anche una scuola di miniatura e di paleografia greca, oltre ad una officina per il recupero ed il restauro di codici e libri rari. Poco lontano i resti del castello dei Savelli ricordano che Grottaferrata, soprattutto nel Medioevo, non fu soltanto luogo di preghiera.
Da mangiare e da bere. A Grottaferrata soltanto la cucina non è di rito bizantino. È, infatti, nota anche per i suoi vini e per le sue genuine specialità gastronomiche di chiarissima impronta castellana: casalinga e casereccia. Talvolta anche fantasiosa come, ad esempio, gli spaghetti alla svergognata o le varie specialità di fettuccine: alla «delizia», alla «signorile». E non mancano nella colonna paesana del menù, i funghi porcini con mentuccia, i rigatoni alla Poppea, gli spiedini alla Locullo. A «La Bazzica», V.le Kennedy 60 è clamoroso il «gran piatto da orgia». Per i vini c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i famosi bianchi di Frascati ed il ritrovato Cannellino, una gloria assoluta delle vigne dei Colli.