La guerra civile e le colpe dell’esercito

I fatti culminati con l’8 settembre chiarificarono definitivamente una situazione estremamente complessa. L’armistizio era concluso con gli alleati; finalmente si sarebbe potuto conoscere l’atteggiamento dei tedeschi, già nettamente ostile anche prima di quel momento, ma tuttavia opportunamente mascherato. Dall’atteggiamento dei tedeschi, dalla capacità militare degli alleati di sfruttare la situazione strategica e dal comportamento della vecchia classe dirigente politica italiana nella difficile contingenza sarebbe derivata finalmente una decisione e una chiarificazione. E la chiarificazione venne.
I tedeschi avevano conseguito uno schieramento del loro dispositivo militare in Italia che consentì loro di assumere un atteggiamento offensivo aperto. Nello stesso tempo la classe dirigente che aveva la responsabilità dei 45 giorni, impersonata nel re e in Badoglio, venne meno al suo compito e fallì nel modo più clamoroso; la conseguenza più vistosa di questo fallimento si ebbe nel disfacimento dell’esercito, la cui responsabilità precipua risale agli alti gradi dello stesso \\]. Sfasciandosi l’esercito, veniva meno lo strumento per una resistenza «regolare» nei confronti dei tedeschi. Nel crollo, gli elementi della vecchia classe dirigente, rimasti tuttora fascisti e non eliminati dalla situazione post-fascista del periodo badogliano, ebbero modo di ricoagularsi intorno a Mussolini e alla struttura di Stato che, per suo mezzo, i tedeschi crearono in Italia. \.
Il grosso del popolo si trovava senza una direzione precisa da parte degli organi di governo responsabili; il movimento naturale che aveva avvicinato la simpatia popolare alle forze antifasciste già prima del 25 luglio e particolarmente nel periodo dei 45 giorni, portava i più a guardare da quella parte e a sollecitare da quella direzione una precisa guida; alcuni strati popolari più difficilmente attivizzabili e più naturalmente inerti erano ricacciati nella stasi dall’estrema complessità e pericolosità degli avvenimenti. Lo scacchiere si veniva così disponendo in un nuovo assetto: da una parte i tedeschi e gli elementi fascisti; dall’altra le forze antifasciste attive e combattive col seguito di un certo strato della popolazione dinamicizzata dalle esperienze antecedenti; in disparte alcuni degli antifascisti ostili alla lotta estrema, i residui delle vecchie classi dirigenti buttati dalle vicende in una zona neutra e incolore, alcuni strati della popolazione presi dal panico e dall’incertezza.
Se il processo di chiarimento che si verificò nella seconda settimana del settembre ’43 seguì, nel suo complesso, queste linee sostanziali, l’origine prossima della guerra partigiana discende in particolare dallo sfasciamento dell’esercito italiano avvenuto in settembre, ove più e ove meno rapidamente. E ciò non solo perché parecchi dei soldati che abbandonarono l’esercito si raccolsero poi nelle prime formazioni partigiane, ma anche perché coi rottami dell’esercito affiancati da elementi popolari \\] le forze antifasciste attive tentarono, sulle prime, di tenere la guerra contro la Germania e il fascismo sul piede della guerra regolare; e solo quando i vari tentativi in questo senso fallirono e si vide che lo sfascio dell’esercito era inevitabile e che, per di più, si profilava in modo radicale e totale, si comprese che restava come extrema ratio la resistenza imperniata intorno a formazioni «irregolari».
Che le speranze di queste forze antifasciste non fossero del tutto campate in aria, quando esse contavano di spingere l’esercito nella sua compagine regolare alla lotta contro i tedeschi e i fascisti, fu abbondantemente dimostrato dalla resistenza sia pure parziale che l’esercito oppose all’offensiva tedesca. Non può pertanto essere chiara l’origine della guerra partigiana in Italia se non si pone attenzione e alla resistenza di nuclei dell’esercito regolare contro i tedeschi e ai tentativi d’inserire in tale resistenza la responsabile coscienza di forze antifasciste e popolari \.